Le statue colossali di Monti Prama, tesoro archeologico della terra sarda, sono tornate alla ribalta della cronaca dopo che il super manager dei beni culturali Mario Resca le ha individuate come star da spedire in giro per il mondo. Il ministro Bondi ha bloccato lo «scippo», ma resta il fatto che quel patrimonio, composto da circa trenta sculture risalenti all'VIII-VII secolo a.C., rappresenta uno degli episodi più importanti della storia dell'arte antica mondiale. E andrebbe «promosso» con ben altri strum
Fu nel centro dell'occidente sardo, fra stagni pescosissimi e mari attraversati da navi di ogni provenienza, che il mondo dei nuraghi creò nella località oggi nota come Monti Prama (o Mont'e Prama: monte della palma) quello che per noi è un eccezionale patrimonio archeologico e unicum mediterraneo.
Circa 2750 anni fa, venne scelto nel Sinis un luogo per ospitare il racconto di una trentina di statue eroiche colossali, i zigantes (i giganti) che esprimevano nei pressi della città fenicia di Tharros un tributo agli antenati. Assieme al ricordo degli eroi, quello dei nuraghi, resi in modellini di pietra e, forse, in capitelli sommitali.
Tale patrimonio ha fatto immaginare a Mario Resca una maldestra azione di marketing culturale nella lontana Cina. Progetto non casuale, preceduto da un convegno sassarese di Invitalia (ex sviluppo Italia) sugli stessi «zigantes» (dettaglio e retroscena politici illuminanti del carrozzone trasversale sul Manifesto Sardo: http://www.manifestosardo.org).
In queste ore - vista la malaparata - l'idea di Resca è stata persino bloccata dal ministro Bondi. Il coraggio di farlo glielo abbiamo regalato - spero che venga colto il nostro senso dell'ospitalità - con una sollevazione dalla Sardegna.
Le statue, ricomposte e in teoria continua, creano un'emozione straordinaria nella lunga galleria del Centro Regionale di Restauro di Li Punti, presso Sassari.
Sembrano persino più tranquille dopo essere scampate a un'indecorosa esibizione per il G8 a La Maddalena e al tentativo di un viaggetto cinese. O magari solo tirrenico, per sostituire due impertinenti statue in bronzo dell'ultimo stile severo che si rifiutavano - per un'antica supponenza e lontana saggezza - di viaggiare con Resca, dopo essere sopravvissute alla conclusione del viaggio su una nave romana, finendo in fondo al mare, al largo delle coste calabresi di Riace.
I kolossoi - guerrieri arcieri pugilatori - sono un episodio chiave della storia dell'arte antica mondiale. Al momento della scoperta risultarono deposti in frantumi, in una discarica di formazione antica su trenta tombe a pozzetto a sepoltura individuale, strettamente affiancate. La collocazione originaria delle statue era certo non troppo lontana.
La civiltà dei nuraghi, nota in tutto il Mediterraneo e straordinario paesaggio culturale, tuttora, della Sardegna, si distese per circa mille anni, con un tragitto che vide nascere e morire, talora accompagnandosi a esse, civiltà come quella minoica, quella micenea, quella dei «ritorni». Ichnoussa vide le prime navigazioni precoloniali di orientali ed egei, in particolare siriani, aramei, filistei e greci di Rodi ed Eubea, sino a incontrarsi con fenici ed etruschi, per chiudere definitivamente la vicenda nuragica con la conquista cartaginese protocollata nel Primo Trattato fra Cartagine e Roma del 509 a.C.
Da Oriente a Occidente non vi è luogo antico con una tale concentrazione di statue colossali. Il perché è tutto da scrivere. Nella terra e nel mito. Il problema di questa impressionante documentazione, alla radice stessa della velleitaria idea di portarla in giro a restauro concluso, è che conosciamo ben poco della realtà che la espresse direttamente. Abbiamo tracce splendide, che, non spiegate, produrrebbero mostre mute e tutte basate sul fascino, puramente estetizzante e antiquario, del «capolavoro».
Cosa sappiamo di questo fenomeno? Dati assai insufficienti, ma intanto preziosi. L'iconografia: per l'autorappresentazione di committenze colte e ai vertici della comunità. L'elaborazione artistica: sopra la tradizione geometrica del mondo sardo si posò un'antica lezione orientalizzante nella quale è anche possibile cogliere echi direttamente orientali. E il paesaggio: la storia di una grande comunità nuragica fra le fenicie Othoca e Tharros che si incontra con il mondo orientale, forse sin dentro botteghe scultoree che servivano, quasi come botteghe palatine, élite indigene di gusto e apertura internazionale. Tracce altissime di meticciato. Una storia territoriale che dovrebbe avere, come destinazione finale e stabile delle statue, un nuovo museo strettamente connesso e vicinissimo al luogo del ritrovamento.
Non sappiamo il resto, che è molto: dove fosse il santuario; la sua relazione con le necropoli; quale gruppo, federazione nuragica lo avviò; se in essi vi fossero i nuragici sepolti nelle tombe fenicie di Tharros.
Evitata almeno sinora l'emigrazione proposta da Resca, rimane il cammino degli studi, ai quali certamente lo stesso restauro darà preziose informazioni. La ricerca adesso inizia seriamente, con la possibilità di costruire un percorso virtuoso. È quanto viene opportunamente ricordato dalla sezione sarda dell'Associazione nazionale degli archeologi: «Tutti i corretti passaggi che la disciplina archeologica impone siano osservati e che solo attraverso lo studio e il lavoro degli archeologi e delle altre professionalità interessate in tutte le fasi (dal recupero del contesto originario, anche tramite attività di scavo, al restauro, allo studio scientifico) si giunga a una corretta valorizzazione che permetta di comunicare alla collettività, naturale destinataria del suo passato, non solo oggetti, per quanto monumentali e di impatto, ma soprattutto la storia di una comunità o di parte di essa».
In questo forte rapporto fra presente e passato, che sembra motivare in modo diffuso le comunità sarde, non tutto è ovviamente lineare. Fra chi colloca le statue addirittura entro la fine del millennio precedente o subito dopo, una datazione che non sembra avere sinora alcuna giustificazione scientifica, vi è il tentativo di nobilitare un popolo mediante l'antichizzazione delle sue radici (meccanismo ben noto nell'invenzione della tradizione e nei falsi culturali nazionalisti, in particolare dall'Ottocento in poi), o di collegare direttamente i nostri guerrieri ai favolosi Sherden. Ed è anche stucchevole sentire: «la scultura nuragica precede quella greca». E poi, quale scultura greca? Infine, prima anche della scultura orientale? L'attrazione non sembra per ragioni scientifiche.
Questo pastone qualunquista, di piccolo orgoglio e para-esoterico si nutre anche di infondate suggestioni atlantidee. Per fare cassa? Da poco una formazione del centro-destra, i Riformatori, ha proposto - senza vergogna - di speculare per la promozione commerciale dell'isola sulla favola fantastica di Atlantide come, altrove, sul mostro di Loch Ness.
Ma accanto a queste forzature ideologiche resta il fatto di una reazione ampia al tentativo di scippo del nostro patrimonio culturale. Al diritto, dopo quasi quarant'anni fra indifferenza e restauro, di avere finalmente questa ricchezza e poterne fruire.
Ma ciò non spiega completamente la natura della reazione, perché essa appaia così insolitamente forte. Crediamo che una risposta plausibile sia nel visibile radicamento dei monumenti archeologici nel territorio, e in particolare degli ottomila nuraghi, tale da non poterne prescindere. Il senso di appartenenza a un paesaggio sardo fortemente identitario, nel quale il nuraghe è talmente presente da essere riprodotto in incredibili capannoni kitsch...
Vi è un furto che va oltre il sacco delle coste, più pericoloso e intimo, più strisciante e velenoso, che è stato respinto in queste calde giornate di agosto scelte non a caso. È' un segnale di buon auspicio.
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