[Storie]

Graziano Penduzzu e il suo parco

penduzzucampagnola

La storia dei Penduzzu è una delle tantissime storie che raccontano il lungo viaggio fatto con la valigia di cartone e tante speranze. La famiglia emigrò da Silanus nel 1947, quando Graziano aveva 14 anni. In Argentina trovò sistemazione qua e là per dieci anni, per poi stabilirsi definitivamente a San Pedro.





 San Pedro è una delle tante città argentine cresciute sulla sponda occidentale del rio Paraná, sul litorale della costanera che a mezzogiorno si gode il sole in fronte e vede passare barche, battelli o anche grandi navi che scendono verso Buenos Aires, cariche di soja per l’esportazione.
Come tante città argentine testimonia la storia dell’immigrazione italiana, soprattutto da quando, tredici anni fa, nelle sue campagne è stata lanciata l’iniziativa di tre fratelli sardi, Graziano, Piero e Mario Penduzzu con la moglie Delia.   [Articolo tratto dall'Unione Sarda]

 

Santu Portolu in sas traditziones de Silanus

Forrogande in d-unu calàssiu adaghi fit bia ancora mamma, issa etotu m’at fatu notare unu pabilu de mammai Caterina Pes, zàja sua dae parte de su babbu. Mi l’aiat intregadu cun sa racumanda de lu costoire e de l’ammustrare a sos benidores. Fia ancora pitzinna, pagu bundu l’apo postu e cche l’apo torradu a su calàssiu.

Est dae pagu chi m’est bénnidu torra in manos e mi l’apo pompiadu cun ammiru. Si biet chi s’iscrivanu l’at iscritu a su postu de bisàja mia, issa no ischiat iscrìere e at postu sa frimma cun sa rughe. Mi lu pompio e mi lu torro a pompiare, in cussu sinnu picocu picocu bi lezo s’avertèntzia a fizos e nepodes a vìvere in paghe e amore. Teniat noe fizos, mammai, sete mascros e duas fémminas. Custu est su pabilu…

Pro Silanus

Pro Silanus

Silanus chi t'agattas collocada
a centru de sa terra Marghinesa,
in d'una amena zona ses'istesa
sa tua est magnifica contrada.

De olias possedis bon' intrada.
Antigos monumentos pro bellesa
non mancana in sa terra Silanesa
e tottu custu vantaggios ti dada.

In armentos bovinos e ovinos
ses, in sa pastorizia avanzada,
e s'Istadu t'hat fattu carch'istrada
 non tinde deves certu ismentigare.

Moda a su Nuraghe


Fit sa sardigna invasa e priva 'e paghe
deghe seculos prima 'e esser naschìdu
s'eroe immortale 'e su calvariu
cando origine at tentu su nuraghe
cun pedras levigadas costruidu
mitologicu est e leggendariu
gigante monumentu millenariu
senz'ismaltu calchina e ne cimentu
in granitu trachite o in basaltu
cun s'intrada esposta a su levante
monumentu millenariu e gigante
senz'ismaltu e calchina e cimentu
millenariu gigante monumentu
senza calchina cimentu e ismaltu
in granitu trachite o in basaltu
esposta a su levante cun s'intrada
in su centru una sala manna b'ada
cun atteras minores a dogn'ala
senza quadros vasos ne fiores
isprovvistas de balcone e janna
in su centru b'ad una sala manna
cun atteras minores a dogn'ala
in su centru b'ad una manna sala
a dogn'ala cun atteras minores
senza quadros vasos ne fiores
isprovvistas de janna e balcone
e non s'ischit sa generazione
chi l'at fundadu in tempus antigu

600 anni fa, oggi

Era una domenica, il 30 giugno di seicento anni fa. Un giorno ignorato dai libri di storia. Un giorno fatale.

In storiografia non è lecito né utile spiegare tutto sulla base del mero avvenimento, ma un singolo avvenimento può essere simbolicamente significativo. Oltre, naturalmente, a costituire uno spartiacque, un “prima di” e un “dopo di”, che senza di esso non ci sarebbero stati.

Ci sono avvenimenti di questo tipo, singolarità del processo storico che riassumono antefatti complessi e dispiegano significati nel futuro. La Battaglia di Sanluri (sa Batalla de Seddori) è uno di questi. In una assolata domenica di fine giugno, con i fuochi delle feste di prima estate ancora caldi e decenni di guerra alle spalle, si arrivò alla resa dei conti tra due eserciti, due sovrani, due popoli. Non era più la classica guerra feudale. Forse non lo era mai stata. Era lo scontro per la vita e per l’esistenza come soggetto storico tra sardi (la naciò sardesca delle fonti iberiche, sa republica sardisca della Carta de Logu) e i catalani, popolo egemone del potente regno di Aragona.

Comunque si fosse arrivati a quel momento decisivo, ormai non contava più. Quel che era certo era che chi fosse uscito vincitore da quel “giudizio di Dio” avrebbe ottenuto l’intera posta in palio: il dominio sulla Sardegna. Migliaia di sardi, mal comandati (quasi solo da stranieri), al seguito di un sovrano imbelle e poco amato, scesero in campo contro uno degli eserciti più forti dell’epoca, guidato dal grande condottiero Pedro Torrelles e dal re di Sicilia e infante d’Aragona Martino il Giovane. L’epistolario tra i comandi catalani e il re d’Aragona, Martino il Vecchio, rende bene l’attesa e la preoccupazione per uno scontro dall’esito per nulla scontato. Era da decenni che i sardi sconfiggevano, a volte clamorosamente (come nel 1368, a S. Anna, presso Oristano, o nel 1391, sotto la reggenza di Eleonora), gli eserciti catalani. La guerra era stata una causa di indebolimento finanziario e di perdita di prestigio internazionale per la casa dei conti-re barcellonesi e per la Catalogna. Un’altra sconfitta avrebbe decretato una sentenza storica difficilmente appellabile. I sardi, dal canto loro, arrivavano alla prova decisiva estenuati da decenni di conflitto, dall’imperversare della peste nera e dalla crisi economica generale che, insieme al resto, colpiva l’isola in quegli anni.

L’esito dello scontro è ben noto (o dovrebbe esserlo). Dalle parti di Sanluri, oltre a su Bruncu de sa Batalla (il poggio della battaglia), esiste un luogo dal nome inquietante: s’Occidroxiu, il Macello. Lì venne stroncata l’ultima resistenza di quel che restava dell’esercito dei sardi, mentre Guglielmo di Narbona, zuighe arborense, immeritevole erede e successore di Mariano IV ed Eleonora, scappava con i suoi cavalieri francesi verso il castello di Monreale.

La sconfitta fu disastrosa. Eppure, non sarebbe lecito attribuire ad essa tutto ciò che ne seguì. La storia ha percorsi che spesso rispondono a logiche diverse da quelle della forza pura e semplice e l’inerzia dei processi profondi ha la meglio sul singolo evento. I catalani alla fine ottennero quel che volevano non con la forza delle armi, ma per tradimento (conquista di Oristano) e per compravendita (del titolo e del territorio da Guglielmo di Narbona). Ma anche la stagione della potenza catalana era finita. Proprio nel momento del massimo trionfo, l’ultimo erede della casata barcellonese, Martino il Giovane, morì a Castel di Calari (l’attuale Cagliari) meno di un mese dopo la battaglia di Sanluri. Un fatto che, a dispetto della vittoria conseguita, ebbe conseguenze drammatiche per la Catalogna e il suo ruolo politico. Fino ai giorni nostri. Una nemesi che, purtroppo, può consolare ben poco gli sconfitti di allora. Noi.

La memoria di questi eventi, ben viva in Catalogna, è stata a lungo rimossa in Sardegna. Nessun libro di storia, tra quelli su cui i sardi per generazioni hanno studiato, li riporta. Troppo difficili da incastrare nell’arrangiato collage della storia d’Italia. Troppo forti, dal punto di vista simbolico, per non aver anche potenziali (e “pericolosi”) esiti politici. Quanti di noi celebreranno oggi la memoria di quell’episodio di seicento anni fa? Quanti sapranno attribuirgli il giusto significato? Pochi, temo. Nell’opuscolo che presenta le commemorazioni di questi giorni, prodotto dalla pro loco di Sanluri, a pag. 7 c’è la dimostrazione di quanto ancora venga tradito, consapevolmente o inconsapevolmente, il senso di un passato ingombrante. “Dove morirono la Catalogna e la Sardegna e nacque l’Italia” si dice testualmente. L’Italia! Cosa mai avrà a che fare un’espressione geografica aliena con un fatto del 1409 riguardante sardi e catalani è un mistero che varrebbe la pena di chiarire. L’Italia, intesa come stato e come comunità nazionale, non solo allora non esisteva, ma nemmeno era nella mente di alcuno. Quell’evento, quei decenni di conflitto, i processi culturali e politici che li avevano prodotti, avevano un loro senso, una loro portata simbolica, cause ed effetti che solo la compulsiva applicazione di una ideologia può denotare come la premessa storica dell’Italia.

Allora eravamo sardi, la nazione sarda, che lottava per la propria libertà (per la “liberazione della patria”, recitava la campana bronzea di Ugone III, fusa nel 1382), per la propria dignità. Questo prima ancora che tali processi di identificazione prendessero piede nella modernità europea. E allora ricordare oggi quell’evento e quell’epoca non dev’essere la stanca commemorazione di una sconfitta, da “nazione fallita”, ma deve essere la riconciliazione con un passato in cui eravamo sovrani, eravamo un “noi” che si confrontava con le altre collettività umane come soggetto attivo della propria storia. Deve essere la base per guardare al futuro con uno sguardo diverso, libero, aperto. Da consapevoli abitatori di questa terra preziosa, eredi di una storia grande della cui altezza dovremo mostrarci degni.

Quando Fantascienza e Preistoria si incontrano



CHIESA E NURAGHE DI SANTA SABINA: QUANDO FANTASCIENZA, REALTÀ E PREISTORIA SI INCONTRANO

di abbassuerdis


In questi giorni i visitatori che si recano nel famoso sito archeologico del territorio di Silanos possono restare basiti da un panorama inusuale: realtà/preistoria e/o fantascienza si sono dati appuntamento nello stesso luogo? Come potete vedere nelle foto che vi allego, il tutto lascia quanto meno sconcertati.

Queste immagini ricordano i famosi "cerchi nel grano" ("Crop Circles"); sono quelle misteriose formazioni che da anni compaiono nei campi e, benché sia stato dimostrato che il fenomeno possa essere riprodotto, i dubbi sulla loro origine rimangono. Possibile che in tutto il mondo ci siano burloni che si divertono a "creare" queste meravigliose opere d'arte? Come fanno a realizzare tali "decorazioni" nell'arco di pochissimo tempo? Perché non vengono mai scoperti? In genere sono di forma rotonda o ellittica, con un diametro che varia dai 45 centimetri ai 200 metri, con una dimensione media di 50 metri e di una precisione assoluta (come potete vedere nella foto a destra.

Scienziati statunitensi hanno scoperto nelle piante prelevate dai cerchi notevoli alterazioni fisiche e genetiche, spiegabili solo con l'irradiazione di microonde a noi sconosciute. Quelli che vedete nelle foto scattate in prossimità del nuraghe non rientrano pienamente nelle caratteristiche che vi ho descritto ma il sospetto è che la loro forma sia stata adattata da chi li ha disegnati alle caratteristiche del sito e di tutta la zona circostante: si integrano infatti perfettamente con la rusticità dell’ambiente rurale che li circonda. Da notare che il sospetto che si tratti di disegni eseguiti da extraterrestri (nel nostro caso smaccatamente alticci) è avvalorata dal fatto che nei pressi è presente la carcassa di una macchina di passaggio, incenerita da un misterioso raggio sparato molto probabilmente da un disco volante.
Il rottame non può essere spostato per alcun motivo, essendo sottoposto a sequestro per indagine in corso; si vocifera anzi che sia stata vincolata dalla Sovrintendenza alle Antichità in quanto ormai parte integrante del sito. Per la cronaca: anche diversi Amministratori comunali degli ultimi decenni sembra siano stati colpiti dal micidiale raggio: la prova è che quando si parla di quel sito archeologico si comportano e ne parlano come appunto extraterrestri. Il sospetto è che si tratti de una fattura del famoso mostro preistorico sopravvissuto fino ai giorni nostri di Nonde Lessas, cugino e anagramma storpio del più famoso mostro di Loch Ness. La storia di quest’ultimo nasce nel lontano marzo del 1933, quando fra gli abitanti dei villaggi scozzesi inizia a circolare una leggenda tramandata fin dal 665 dopo Cristo: in un lago vive un essere enorme e misterioso. A riprova che la storia è vera qualche mese dopo un famoso esploratore demente, nel giro di tre giorni, riesce in una straordinaria impresa: fotografare le orme del mostro! Che anche l’animale che si aggira nei pressi del sito archeologico silanese sia amante dell’acqua è documentato dalla piscina che è in grado di costruirsi per rotolarsi nell’acqua a tipu porcu, come riportato nelle sequenza fotografica.

Sulla tipologia delle impronte possiamo dire che sono state senz’altro prodotte da un mostro di grandi dimensioni: sono chiarissime e potrebbero essere state lasciate solo da un animale alto almeno sei metri e provvisto di unghie d’acciaio.

Nel territorio di Silanos la leggenda del mostro ha origine più recenti rispetto a quelle del cugino scozzese e si pensa che non si tratti di un unico individuo ma di diversi elementi della stessa specie che, secondo alcuni studiosi, vivrebbero nello stesso territorio uno all’insaputa dell’altro. Altri invece pensano che si tratti di un unico individuo composto da diversi elementi ma speciali e territorialmente competenti (scusate: l’estensore dell’articolo ha bevuto un mirto). Si sta comunque creando un’altra cordata di studiosi che sostiene invece la teoria cosiddetta di “….e ponimoli Peppe..” La scoperta delle prime tracce anche nel caso del mostro silanese è da addebitare ad un famoso studioso, Marieddu Maricosu, che le descrisse per la prima volta ed in gran segreto negli anni ’70 (nota: lo studioso rimase poi impelagato in una diatriba in quanto sosteneva di provenire da Sas Roccas ma non veniva poi ricompreso nel parentado della famosa famiglia….lo so che questo non c’entra niente…’emb…deo lo naro su matessi). Le orme (nella parlata locale: zampales) vennero studiate anche da esperti in materia (i soliti Piras & Biccu), che però non svelarono mai il terribile segreto. Una studiosa tutt’ora vivente, la dott. Betta Chela-Posca, è però pronta a riesaminare la questione. Le notizie di avvistamenti del mostro attorno al sito hanno iniziato nuovamente a circolare nel 2006 quando sul bordo meridionale della strada SS 129 iniziarono a costruire una nuova piscina per il contenimento di idrocarburi (benzina e gasolio): gli abitanti del luogo videro in diverse occasioni un'enorme creatura con due grosse gobbe aggirarsi nel luogo, forse attirato dall’idea di rigenerarsi con un bagno nella nafata. Altre due persone videro uno strano animale (ribattezzato in seguito mazzone iscoadu) con una pecora in bocca attraversare la strada ma si pensa che quello fosse un diversivo organizzato dai buontemponi locali per confondere la miscela e in ogni caso qui citiamo questo fatto solo perché c’era posto. Ecco ora la cronistoria di alcuni avvistamenti del mostro durante gli anni:

  • 1889 Due fratelli di Crabas che stavano pescando a Ordari videro un'enorme sagoma che emergeva dall'acqua e che si muoveva velocemente; si pensa comunque che fossero rimasti vittime del consumo eccessivo di funghi allucinogeni.
  • 1892 Due nuinates che stavano pisciando vicino all’ingresso del nuraghe videro una grossa creatura che ondeggiava tra l’erba. Essa aveva una testa simile a quella di una anguilla, con una coda affusolata e con una lunghezza di circa 10-14 metri. Venne lì coniata e poi tramandata la famosa domanda che uno dei due fece all’altro “…. e itte pische?”.
  • 1929 Due cacciatori locali videro quello che pensarono fosse un tronco che ondeggiava nella piscina del sottopasso della SS 129 (attualmente momentaneamente prosciugata). Quando però lo osservarono meglio videro che era una grande creatura: la seguirono per diversi minuti prima che essa si immergesse senza più riemergere.
  • 1930 Un uomo che viveva a Silanus (Tzotzone Delrio) un giorno vide una strana creatura che si aggirava nei pressi del fiume Ordari: impose ai suoi familiari di non lavare più i suoi vestiti in quel fiume, anzi da nessuna parte.
  • 1960 Nel settembre di quell'anno un turista tedesco e la sua famiglia che stavano in un caravan nello spiazzo della chiesa vide quella che si rivelò essere una grande creatura vivente: incominciò a muoversi e notarono la sua rosea schiena, dopodiché iniziò a rotolarsi in una pozza di fango. A questo punto videro apparire una pinna o un’ala; il corpo della creatura aveva una lunghezza di circa di 10 metri era scura in alto e chiara nella parte inferiore. Questo avvistamento fu testimoniato da altre nove persone, tutte rigorosamente con tasso alcolico superiore a 2 litri per grammo di sangue e che erano lì senz’altro perché avevano intenzione di prendere le lanterne (del camper) per lucciole (nel senso di….. azis cumpresu).

Con gli avvistamenti diretti quell’anno si fece l’abbasto: si sono infatti interrotti ma a giugno 2008 la comparse delle tracce che vi abbiamo mostrato ha riaperto la questione. Sconvolgente è il fatto che nei pressi del nuraghe è stato ritrovato il corpo di un animale, senz’altro un cucciolo, che abbiamo immortalato per voi. Gli studiosi che continuano ad esaminare il caso affermano che non la carogna ma senz’altro le tracce fotografate appartengono senza ombra di dubbio ad un animale del genere excavator bennatum gommatus, specie straliadensiis, che avrebbe agito nei giorni scorsi per preparare il terreno ad una cucciolata sparsa per tutta la Sardegna e richiamata nel sito in occasione di una particolare ricorrenza durante la quale vengono raccolti tutti i formaggini esistenti nei market della zona; questi vengono poi fusi in un grande paiolo per produrre un alimento detto ischidù da non confondere con analogo prodotto, ottenuto dalla fusione a caldo di corza de casu putrigada e chiamato dromidu. A questo punto: ma cosa c’entra la carogna? …vabbè mica si può scoprire tutto assieme. Riguardo agli avvistamenti veri e propri dell’animale, c’è qualcuno che giura di averlo visto nell’ultimo periodo nei pressi del nuraghe in una sera nebbiosa, ma nessuno è mai riuscito a mettergli il laccio al collo. Né, probabilmente, mai ci riuscirà. Sì, perché l'ultima trovata di una delle tante Amministrazioni Comunali che si sono succedute nel corso degli anni è stata quella di costruire una vera e propria trappola elettrificata nel vano tentativo di catturare la bestia.


Si vocifera anche che verrà attivato a breve un Numero Verde, in collegamento con una squadra interforze composta da barrancelli, paracadutisti e frequentatori della pizzeria al taglio per la raccolta di tutti gli avvistamenti ed il pronto intervento per il tentativo di cattura. L’animale ha molto probabilmente sentito puzza di bruciato e ora gira alla larga dal posto! P.S.: per dovere di cronaca, occorre ricordare che nonostante avvistamenti, tracce e quant’altro molti scienziati continuano a sostenere che il mostro di Nonde Lessas sia solo una fantasia del cervello dei partecipanti a su izzadorzu, fulminato dalle abbondanti libagioni. Inoltre si è in attesa di ulteriore documentazione che dovrebbe essere fornita in anteprima in un convegno organizzato da un gruppo di aspiranti amministratori non eletti alle ultime elezioni comunali, che si intitolerà “Bella cagada s’iscavadore”.


Silanos, 08-06-2008

Silanus da Angius/Casalis

Tratto dal Dizionario Storico Sardo "Angius/Casalis " (1833-1856) Silanus

SILANUS, villaggio della Sardegna nella divisione di Nuoro, provincia di Cuglieri, compreso nel mandamento di Bolothana, sotto il tribunale di prima cognizione di Nuoro, e parte dell’antico dipartimento del Marghine nel regno di Logudoro.
La sua posizione geografica è nella latitudine 40° 17' 20", e nella longitudine occidentale dal meridiano di Cagliari 0° 14'. Siede in sito amenissimo con bello ed ampio orizzonte sulla falda meridionale della catena del Marghine, per la quale resta difesa dal ponente, dal maestro e dalla tramontana, trovandosi ventilata dalle altre parti. L’estate non è molto calda, nè troppo freddo l’inverno. Le pioggie frequenti all’autunno lo sono di più nell’inverno, ma spesso sono desiderate nella primavera con danno de’ seminati. Nella stagione calda aggruppandosi i nembi sopra le montagne è frequente che rompano sul paese forti tempeste di grandine con nocumento delle viti e de’ grappoli; nella stagione fredda avviene però di rado che la terra biancheggi di neve, ma per poco, perchè prontamente si dissolve. Anche la nebbia è rara e nessuno si è mai doluto di danno patito per la sua malignità. L’aria è piuttosto salubre perchè poco infetta da miasmi nella stagione, in cui fermenta la corruzione delle materie organiche.

Territorio. La superficie di questo territorio si computa non minore di miglia quadrate 15. Due quinti della medesima sono nella pendice della montagna, il resto nelle falde e nella valle dove trovasi qualche rilevamento del suolo, ma poco considerevole. La mineralogia sarda ha notati alcuni particolari su questo territorio. La roccia dominante è la calcarea. Trovasi in questo territorio un bardiglio bigio, che volge all’azzurro, e molto somiglia al calcareo che si vede nel colle del castello di Chirra e di Mandas, parimente compatto e di tinta azzurrognola. In qualche parte il calcareo resta frapposto al micaceo ed al bardiglio. Vedesi pure l’antracite in un filone sottoposto al suddetto bardiglio, e contiguo uno scisto talcoso e più o meno antracitoso. Ne’ dintorni del paese si ha una roccia di arenaria verde di trachite, simile a quella che fu riconosciuta nella montagna detta di Santo Padre, nel territorio del limitrofo Bordigali. Infine devesi notare la steatite bigia. Si è aperta una fodina a piè del colle che levasi tra la falda della montagna e il paese. Ivi è una spelonca, dove sono notevoli le concrezioni calcaree che vi si formano. Del suddetto calcareo formano i silanesi ottima calce, che vendono a’ paesi d’intorno.
Nella pendice della montagna e nelle falde sono in gran numero le fonti, le superiori d’acque leggere, le inferiori di acque pesanti. Alcune di queste e di quelle sono notevoli per la copia e perennità. Tra le prime sono più conosciute e vantate per bontà le sorgenti di Mandra de rosa, Funtana de angesas, Funtana Elighe, Funtana de Mandraidu, Funtana de Donna, e Cuguratu. Il comune si serve di quelle che sgorgano più vicine, sebbene men buone, e solo nelle case agiate bevesi delle prime. Sono esse tre e servono co’ loro rigagnoli alla irrigazione degli orti. Due rivi percorrono questo territorio, uno detto di s. Martene, l’altro de Pirastros, i quali si congiungono a un miglio e mezzo dal paese verso sirocco. Uno di essi scorre a ponente dell’abitato a poca distanza, l’altro a levante a mezzo miglio in circa. La pendice della montagna è selvosa di roveri e di elci, mescolati a poche altre specie, ma più rare. Lo stato della vegetazione è piuttosto soddisfacente non avendo i pastori in tanta vicinanza del paese potuto far quei guasti, che si notarono altrove. L’area di questa selva è di circa 4 miglia quadrate. Si possono numerare forse non meno di 200,000 ceppi.
Essa è in continuazione dell’amplissima selva di Sauccu e di Bolothana. Il selvaggiume che trovasi in questa selva consiste nei daini, cinghiali e volpi. Queste sono detestate da’ pastori per la strage che soglion fare del bestiame minuto, quando essi sono poco attenti e i cani altrove. Si provano egualmente dannose alle greggie le aquile e gli avoltoi. Gli uccelli che si cercano da’ cacciatori sono in gran copia, come pernici, quaglie, tordi, tortore, colombi ec.

Popolazione. Nel censimento del 1846 furono notate per Silanus anime 1742, distribuite in famiglie 546, e in case 535. Questo totale nell’uno ed altro sesso componevasi dalle seguenti età: Sotto gli anni 5, maschi 105, fem. 114; sotto i 10, mas. 99, fem. 109; sotto i 20, mas. 169, fem. 170; sotto i 30, mas. 140, fem. 123; sotto i 40, mas. 98, fem. 106; sotto i 50, mas. 98, fem. 89; sotto i 60, mas. 77, fem. 64; sotto i 70, mas. 64, fem. 53; sotto gli 80, mas. 24, fem. 22; sotto i 90, mas. 6, fem. 8; sotto i 100, mas. 1, fem. 3. In rispetto poi dello stato domestico si distribuiva il totale de’ maschi 881, in scapoli 530, ammogliati 326, vedovi 25; il totale delle femmine 861, in zitelle 442, maritate 327, vedove 92. I numeri medi del movimento della popolazione sono di nascite 60, morti 34, matrimoni 14. Le malattie più comuni di questo paese sono le infiammazioni di addome e di petto. Le ultime hanno causa nella troppo variabile temperatura. Le morti per i dolori laterali sono più frequenti adesso, che fossero ne’ tempi passati, perchè allora si ritenea il salutare uso nazionale de’ cojetti, da’ quali le persone erano ben difese come dal freddo, così dal calore. I silanesi sono uomini queti, dediti alla fatica e rispettosi dell’autorità. Le professioni principali sono l’agricoltura e la pastorizia, e si numerano applicate alla prima persone 360, alla seconda 170, a’ diversi mestieri 50. Più di 400 famiglie sono possidenti, ma pochissime hanno una fortuna notevole. Le donne lavorano molto nella tessitura, ed ogni casa ha quasi sempre in attività il telajo per le lane e per il lino. Facendo più che vogliasi per il bisogno aggiungono al guadagno de’ mariti il prezzo de’ loro lavori, che vendono ai paesi vicini e a’ negozianti di altre parti. L’istruzione primaria suol avere circa 15 fanciulli. Quelli che nel paese san leggere e scrivere non sono forse più di 35, i più de’ quali impararono ne’ ginnasi.

Agricoltura. Sono nel silanese terre idonee a tutti i consueti diversi generi di cultura, e dove si opera con intelligenza e studio si hanno ottimi e copiosi frutti. I piani sono fertilissimi di cereali, e nelle pendici della montagna si semina l’orzo con profitto. La quantità ordinaria delle semenze suol essere di starelli di grano 1200, d’orzo 300, di fave 150, di legumi 60, di lino 50, di canape 20. Il grano suol rendere in comune il 10, l’orzo il 14, le fave l’8, i legumi altrettanto. L’orticoltura occupa quei terreni che si possono irrigare, e i frutti sono assai buoni. Insieme con le specie ortensi si coltiva la meliga. Il vigneto convenientemente esteso tiene quasi tutte le varietà delle uve che si coltivano nell’isola, e siccome è riparato da’ venti freddi ed esposto bene dà larghi ed ottimi frutti. Se i vini non sono di pregio maggiore questo dipende dalla poca arte della manipolazione. Una piccola porzione di mosto si cuoce per sapa, ma di vino niente si brucia per acquavite perchè non si hanno gli istromenti e ignorasi il metodo. Gli alberi fruttiferi sono in numero di circa 10 mila ceppi, e della specie e varietà comuni. La vegetazione è vigorosa, i frutti copiosi ed ottimi. L’arboricoltura potrebbe essere molto più ampia, massime nella specie degli olivi; i gelsi vi si propagherebbero facilmente, e si potrebbero avere molti giardini d’agrumi, essendo il clima favorevolissimo, e più di tutto avendosi comodo riparo da’ venti che sogliono nuocere alle specie più gentili. Una notevole parte del territorio non selvoso alla falda della montagna è reticolata da un gran numero di chiusi di varia grandezza, ne’ quali si semina e si introduce a pastura il bestiame. Alcuni lucrano affittandoli per il pascolo a’ pastori del comune ed a’ forestieri.

Pastorizia. La parte incolta del territorio è produttiva di buoni pascoli, e se ne hanno a sufficienza per tutte specie, se pure talvolta per le pioggie autunnali differite non sia ritardato il rinascimento dell’erba ne’ prati naturali. Il bestiame manso comprende buoi per l’agricoltura e pel carreggio 540, cavalli e cavalle 160, giumenti 400, majali 160. I buoi e i cavalli pascolano nel prato comunale e ne’ chiusi particolari. Il bestiame rude numera vacche 1500, capre 2000, pecore 7000, porci 1800. I formaggi sono di qualche bontà, e pregio, non ostante che l’arte sia poco saggia.

Commercio. Il superfluo de’ prodotti agrari e pastorali vendesi a’ negozianti che fanno incetta per il porto di Bosa o per l’interno. La somma totale delle rendite si può computare di lire 80 mila. Da Silanus si va a Macomer verso il ponente per una via non carreggiabile di miglia 5 1/2, dove passa la strada reale di ponente e parte la provinciale di Bosa; a Bolothana capoluogo del mandamento per consimile via di miglia 4 verso greco. I paesi più vicini sono Bortigàli posto a ponente a miglia 2 1/3, Ley verso greco a miglia 2, Dualchi verso l’ostro a miglia 3 1/4, Ottana resta a sirocco alla distanza di miglia 7 1/2 alla sinistra del Tirso.

Religione. Questo paese fu già compreso nella diocesi di Ottana, ora in quella di Alghero. La cura delle anime è commessa ad un vicario, il quale è assistito in questo da altri due sacerdoti, e nelle funzioni solenni da altri ancora, i quali non hanno officio parrocchiale. La chiesa maggiore ha per titolare s. Antonio abate, edificata intorno al 1760 per cura del canonico prebendato D. Antonio Solinas col concorso di tutta la popolazione, ma è mal fornita di arredi sacri perchè i successori del Solinas non seppero imitare il suo esempio e provvederla decorosamente per l’esercizio del culto. Le chiese minori dentro il paese sono: La prima intitolata da s. Maria Maddalena che trovasi nel mezzo dell’abitato; La seconda dalla Nostra Donna, denominata d’Itria, che resta all’estremità del paese verso sirocco; La terza detta s. Croce, che serve di oratorio a una confraternita e sta vicina alla parrocchia. Fuori del paese verso la parte di ponente alla distanza di cinque minuti vedesi in luogo eminente una chiesa dedicata al protomartire s. Lorenzo, la quale se è vera la tradizione, fu in altro tempo chiesa parrocchiale.Ivi è il cemitero dove si inumano i defunti. Le feste principali di Silanus sono per il titolare della parrocchia e patrono della popolazione, e per s. Maria Maddalena, alle quali concorre gran folla de’ vicini paesi per sollazzarsi e banchettare nelle case degli amici. Sono altre due chiese rurali, una denominata dall’apostolo s. Bartolommeo, l’altra da s. Sabina, distanti una ed altra dal paese poco meno d’un miglio. La seconda è di antica struttura e credesi per antica tradizione che contiguo alla medesima fosse un ospizio de’ Benedettini. Sono già da più di un secolo cadute altre due chiese rurali, di cui si vedono le rovine. Una di queste era dedicata a s. Georgio, l’altra a s. Antioco.

Antichità. Entro la circoscrizione di questo paese trovansi gli avanzi di moltissimi nuraghi. Quelli che meno han patito sono tre e nominati, uno di Madrone, l’altro de Corbos, il terzo di s. Sabina. Il secondo dista dal paese un’ora, gli altri due un quarto.

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