[Storie]

La tesi di Chiara Cocco

La tesi di laurea di Chiara Cocco sulla poesia sarda.

 

 

 

 

2013

 

 

 

Su chi non ti ochit ti faghet prus forte

di Valeria Tola*

Quando si ha avuto una malattia come il cancro, si capisce quanto sia bello vivere e quali sono le cose che devono contare di più nella tua esistenza.

Quasi 8 anni fa ho avuto la devastante e terribile notizia:
cancro al seno…

Era un sabato mattina bellissimo, la mia vita trascorreva per il meglio, ero davvero felice, avevo una bellissima famiglia, un marito che mi amava e una meravigliosa bambina di soli 4 anni, 10 anni di matrimonio appena coronati tutti assieme con un bellissimo viaggio a Parigi, un lavoro che era la mia passione e che finalmente mi dava tante soddisfazioni, meravigliosi progetti.

In tutto questo conviveva però in me la paura che qualcosa potesse interrompere la mia felicità, avevo quasi paura di essere felice, non so spiegare, e un leggero fastidio al seno che avvertivo, diventava ogni giorno quella vocina che mi diceva che dovevo andare adaccertarmi di cosa si trattasse. Così feci e grazie ad una persona, un medico fantastico che si chiama Domenico Scanu, ho scoperto che la mia vita sarebbe cambiata e non sarebbe più stata la stessa. Lui assieme a mio marito e alla mia bambina sono stati i miei angeli custodi in questi anni e grazie anche al mio carattere sempre combattivo, oggi sono qui più completa, perché è proprio così le brutte esperienze ti fanno crescere. Non è stato per niente facile affrontare questa situazione, capire che non si può vivere con la paura di morire e che, nonostante questa sentenza, io non ero diversa dagli altri, la mia vita era allo stesso modo di tutti incerta, come tutti non potevo sapere quando sarebbe terminata.

Allora perché vivere con questa angoscia?

Era il momento di affrontare la malattia con tutte le forze, così ho fatto, mi sono affidata ai segni che mi indicavano una strada, che poi ho percorso. Anche quando ho dovuto scegliere se curarmi con quella che era la chemioterapia di protocollo per una che era in fase di studio, infatti affidandomi al fatto che se avevo incontrato nella mia strada il medico che mi dava questa alternativa a suo parere più efficace, seguii il suo consiglio, facendo da pioniera per quella cura che ha dato risultati migliori ed è diventata il protocollo che oggi si segue per la cura del cancro al seno.

Nicola Mette, la vergogna del paese.

Succede a Sindia, dove un giovane stilista, Nicola Mette, è costretto scappare davanti all'incomprensione di buona parte del suo paese comprese le istituzioni.

L'articolo è apparso sull'Unione Sarda del 30 dicembre 2012.





 

Uomini dentro un vestito da sposa
Processo a un artista-contro

di GIORGIO PISANO

Non era facile ma alla fine ce l'ha fatta: tutto il paese contro di lui. Dal sindaco al parroco passando per l'assessore alla Cultura senza dimenticare i ragazzini che, quando lo vedono per strada, lo insultano. C'è addirittura chi ha messo mano al pennello e, dribblando la sintassi, ha scritto sull'asfalto: Nicola Mette sei la vergogna del paese gay . Paese gay? Di sicuro a Sindia nessuno dimenticherà l'avvenimento. Ancora adesso, a distanza di due mesi, sfrigola come un rogo d'estate.

Intanto Nicola Mette vive in galera. Nel senso che si sente imprigionato nella casa dei genitori, dov'è tornato a giugno dopo una decina d'anni trascorsi a Roma. Dove andare?, con chi uscire?, con chi parlare? Gli hanno costruito attorno una sorta di cordone sanitario. Niente minacce e neppure lettere anonime ma qualcosa che forse pesa ancora di più: il silenzio. Un silenzio teso e greve, rotto soltanto dai tweet e dagli strali lanciati su Facebook.

Trentatré anni, fisico da alpino che ha ecceduto con la polenta, Nicola mostra sensibilità e cultura. Le offese non lo sfiorano: sapeva che la sua doveva essere una provocazione e provocazione è stata. Ha esagerato?

Il maialino di tiu Marengo

Brou Sias Pietro era un nome segreto ben custodito nei registri del parroco. Il suo proprietario non lo ricordava più. Per tutti era tiu Marengo.

Il dramma della Fusione Perfetta

Tra il 29 novembre ed il 20 dicembre 1847 si compì la cosidetta "fusione perfetta" tra i sudditti piemontesi di Carlo Alberto di Savoia ed i sardi. Una pagina tutt'altro che chiara, anzi, siccome priva di alcun fondamento giuridico, un autentico imbroglio.

La cessione di sovranità fu operata, non già dagli organismi legittimi sardi, ma, sostanzialmente, dal notabilato cagliaritano e sassarese che in questo modo sperava di ottenere la riconoscenza della casa reale e ovviamente lauti affari.

Graziano Penduzzu e il suo parco

penduzzucampagnola

La storia dei Penduzzu è una delle tantissime storie che raccontano il lungo viaggio fatto con la valigia di cartone e tante speranze. La famiglia emigrò da Silanus nel 1947, quando Graziano aveva 14 anni. In Argentina trovò sistemazione qua e là per dieci anni, per poi stabilirsi definitivamente a San Pedro.





 San Pedro è una delle tante città argentine cresciute sulla sponda occidentale del rio Paraná, sul litorale della costanera che a mezzogiorno si gode il sole in fronte e vede passare barche, battelli o anche grandi navi che scendono verso Buenos Aires, cariche di soja per l’esportazione.
Come tante città argentine testimonia la storia dell’immigrazione italiana, soprattutto da quando, tredici anni fa, nelle sue campagne è stata lanciata l’iniziativa di tre fratelli sardi, Graziano, Piero e Mario Penduzzu con la moglie Delia.   [Articolo tratto dall'Unione Sarda]

 

Santu Portolu in sas traditziones de Silanus

Forrogande in d-unu calàssiu adaghi fit bia ancora mamma, issa etotu m’at fatu notare unu pabilu de mammai Caterina Pes, zàja sua dae parte de su babbu. Mi l’aiat intregadu cun sa racumanda de lu costoire e de l’ammustrare a sos benidores. Fia ancora pitzinna, pagu bundu l’apo postu e cche l’apo torradu a su calàssiu.

Est dae pagu chi m’est bénnidu torra in manos e mi l’apo pompiadu cun ammiru. Si biet chi s’iscrivanu l’at iscritu a su postu de bisàja mia, issa no ischiat iscrìere e at postu sa frimma cun sa rughe. Mi lu pompio e mi lu torro a pompiare, in cussu sinnu picocu picocu bi lezo s’avertèntzia a fizos e nepodes a vìvere in paghe e amore. Teniat noe fizos, mammai, sete mascros e duas fémminas. Custu est su pabilu…

Pro Silanus

Pro Silanus

Silanus chi t'agattas collocada
a centru de sa terra Marghinesa,
in d'una amena zona ses'istesa
sa tua est magnifica contrada.

De olias possedis bon' intrada.
Antigos monumentos pro bellesa
non mancana in sa terra Silanesa
e tottu custu vantaggios ti dada.

In armentos bovinos e ovinos
ses, in sa pastorizia avanzada,
e s'Istadu t'hat fattu carch'istrada
 non tinde deves certu ismentigare.

Moda a su Nuraghe


Fit sa sardigna invasa e priva 'e paghe
deghe seculos prima 'e esser naschìdu
s'eroe immortale 'e su calvariu
cando origine at tentu su nuraghe
cun pedras levigadas costruidu
mitologicu est e leggendariu
gigante monumentu millenariu
senz'ismaltu calchina e ne cimentu
in granitu trachite o in basaltu
cun s'intrada esposta a su levante
monumentu millenariu e gigante
senz'ismaltu e calchina e cimentu
millenariu gigante monumentu
senza calchina cimentu e ismaltu
in granitu trachite o in basaltu
esposta a su levante cun s'intrada
in su centru una sala manna b'ada
cun atteras minores a dogn'ala
senza quadros vasos ne fiores
isprovvistas de balcone e janna
in su centru b'ad una sala manna
cun atteras minores a dogn'ala
in su centru b'ad una manna sala
a dogn'ala cun atteras minores
senza quadros vasos ne fiores
isprovvistas de janna e balcone
e non s'ischit sa generazione
chi l'at fundadu in tempus antigu

600 anni fa, oggi

Era una domenica, il 30 giugno di seicento anni fa. Un giorno ignorato dai libri di storia. Un giorno fatale.

In storiografia non è lecito né utile spiegare tutto sulla base del mero avvenimento, ma un singolo avvenimento può essere simbolicamente significativo. Oltre, naturalmente, a costituire uno spartiacque, un “prima di” e un “dopo di”, che senza di esso non ci sarebbero stati.

Ci sono avvenimenti di questo tipo, singolarità del processo storico che riassumono antefatti complessi e dispiegano significati nel futuro. La Battaglia di Sanluri (sa Batalla de Seddori) è uno di questi. In una assolata domenica di fine giugno, con i fuochi delle feste di prima estate ancora caldi e decenni di guerra alle spalle, si arrivò alla resa dei conti tra due eserciti, due sovrani, due popoli. Non era più la classica guerra feudale. Forse non lo era mai stata. Era lo scontro per la vita e per l’esistenza come soggetto storico tra sardi (la naciò sardesca delle fonti iberiche, sa republica sardisca della Carta de Logu) e i catalani, popolo egemone del potente regno di Aragona.

Comunque si fosse arrivati a quel momento decisivo, ormai non contava più. Quel che era certo era che chi fosse uscito vincitore da quel “giudizio di Dio” avrebbe ottenuto l’intera posta in palio: il dominio sulla Sardegna. Migliaia di sardi, mal comandati (quasi solo da stranieri), al seguito di un sovrano imbelle e poco amato, scesero in campo contro uno degli eserciti più forti dell’epoca, guidato dal grande condottiero Pedro Torrelles e dal re di Sicilia e infante d’Aragona Martino il Giovane. L’epistolario tra i comandi catalani e il re d’Aragona, Martino il Vecchio, rende bene l’attesa e la preoccupazione per uno scontro dall’esito per nulla scontato. Era da decenni che i sardi sconfiggevano, a volte clamorosamente (come nel 1368, a S. Anna, presso Oristano, o nel 1391, sotto la reggenza di Eleonora), gli eserciti catalani. La guerra era stata una causa di indebolimento finanziario e di perdita di prestigio internazionale per la casa dei conti-re barcellonesi e per la Catalogna. Un’altra sconfitta avrebbe decretato una sentenza storica difficilmente appellabile. I sardi, dal canto loro, arrivavano alla prova decisiva estenuati da decenni di conflitto, dall’imperversare della peste nera e dalla crisi economica generale che, insieme al resto, colpiva l’isola in quegli anni.

L’esito dello scontro è ben noto (o dovrebbe esserlo). Dalle parti di Sanluri, oltre a su Bruncu de sa Batalla (il poggio della battaglia), esiste un luogo dal nome inquietante: s’Occidroxiu, il Macello. Lì venne stroncata l’ultima resistenza di quel che restava dell’esercito dei sardi, mentre Guglielmo di Narbona, zuighe arborense, immeritevole erede e successore di Mariano IV ed Eleonora, scappava con i suoi cavalieri francesi verso il castello di Monreale.

La sconfitta fu disastrosa. Eppure, non sarebbe lecito attribuire ad essa tutto ciò che ne seguì. La storia ha percorsi che spesso rispondono a logiche diverse da quelle della forza pura e semplice e l’inerzia dei processi profondi ha la meglio sul singolo evento. I catalani alla fine ottennero quel che volevano non con la forza delle armi, ma per tradimento (conquista di Oristano) e per compravendita (del titolo e del territorio da Guglielmo di Narbona). Ma anche la stagione della potenza catalana era finita. Proprio nel momento del massimo trionfo, l’ultimo erede della casata barcellonese, Martino il Giovane, morì a Castel di Calari (l’attuale Cagliari) meno di un mese dopo la battaglia di Sanluri. Un fatto che, a dispetto della vittoria conseguita, ebbe conseguenze drammatiche per la Catalogna e il suo ruolo politico. Fino ai giorni nostri. Una nemesi che, purtroppo, può consolare ben poco gli sconfitti di allora. Noi.

La memoria di questi eventi, ben viva in Catalogna, è stata a lungo rimossa in Sardegna. Nessun libro di storia, tra quelli su cui i sardi per generazioni hanno studiato, li riporta. Troppo difficili da incastrare nell’arrangiato collage della storia d’Italia. Troppo forti, dal punto di vista simbolico, per non aver anche potenziali (e “pericolosi”) esiti politici. Quanti di noi celebreranno oggi la memoria di quell’episodio di seicento anni fa? Quanti sapranno attribuirgli il giusto significato? Pochi, temo. Nell’opuscolo che presenta le commemorazioni di questi giorni, prodotto dalla pro loco di Sanluri, a pag. 7 c’è la dimostrazione di quanto ancora venga tradito, consapevolmente o inconsapevolmente, il senso di un passato ingombrante. “Dove morirono la Catalogna e la Sardegna e nacque l’Italia” si dice testualmente. L’Italia! Cosa mai avrà a che fare un’espressione geografica aliena con un fatto del 1409 riguardante sardi e catalani è un mistero che varrebbe la pena di chiarire. L’Italia, intesa come stato e come comunità nazionale, non solo allora non esisteva, ma nemmeno era nella mente di alcuno. Quell’evento, quei decenni di conflitto, i processi culturali e politici che li avevano prodotti, avevano un loro senso, una loro portata simbolica, cause ed effetti che solo la compulsiva applicazione di una ideologia può denotare come la premessa storica dell’Italia.

Allora eravamo sardi, la nazione sarda, che lottava per la propria libertà (per la “liberazione della patria”, recitava la campana bronzea di Ugone III, fusa nel 1382), per la propria dignità. Questo prima ancora che tali processi di identificazione prendessero piede nella modernità europea. E allora ricordare oggi quell’evento e quell’epoca non dev’essere la stanca commemorazione di una sconfitta, da “nazione fallita”, ma deve essere la riconciliazione con un passato in cui eravamo sovrani, eravamo un “noi” che si confrontava con le altre collettività umane come soggetto attivo della propria storia. Deve essere la base per guardare al futuro con uno sguardo diverso, libero, aperto. Da consapevoli abitatori di questa terra preziosa, eredi di una storia grande della cui altezza dovremo mostrarci degni.

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