Su pretziu de su late
admdortos
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Ormai la protesta dei pastori dilaga, dopo strade e aeroporti questa settimana si va alla Certosa, una volta rinomato caseificio produttore del celebre "certosino" e oggi deposito di zoccole ghiotte di formaggio.
Prendo spunto da un intervento pubblicato sulla Nuova Sardegna del 23 agosto a firma di Paolo Mannoni, industriale caseario thiesino.
Molto vere le cose che scrive l'industriale sulla Nuova di ieri, tuttavia è la conclusione che non mi convince. Da un industriale ci si aspetta soluzioni industriali e non la solita richiesta di aiuti pubblici che per sua stessa ammissione è solo un temporaneo palliativo. È pur vero che tutte le industrie sono abituate a ricevere aiuti pubblici, anche i petrolieri, ma nella soluzione di Mannoni il destino e il ruolo del produttore della materia prima è quasi inesistente.
In soldoni l'industriale ci dice che l'unico prodotto che può "vendere" o meglio "svendere" si chiama "Pecorino Romano" e per venderlo chiede a tutti noi un euro al chilo, 25€ a testa per ognuno di noi, con tutti i soldi che ci prelevano con le tasse si potrebbe anche fare, ...ma.
Ma alla fine sarebbe un incentivo a mantenere tutto come sta, sarebbe come dire che se una fabbrica di scarpe produce un modello di scarso appeal sul mercato bisogna aiutarla con fondi pubblici a tenere almeno il prezzo basso per provare a svenderle, io non sono tanto sicuro che con questa politica si esca dalla crisi.
Paolo Mannoni - sulla Nuova Sardegna ha scritto:«Ovicaprino: può salvarlo solo la Regione»
PAOLO MANNONI*
I giornali di questi giorni riportano le proteste dei pastori sardi che non possono più continuare a vivere con la loro attività. Per la prima volta gli industriali caseari sardi non sono additati quali primi responsabili della situazione. Leggo con meraviglia che le importazioni di prodotti lattiero caseari esteri danneggiano il nostro settore, che i prodotti della nostra isola sono i migliori e quelli degli altri sono peggiori. Le stesse cose che scrivono tutti in tutti i paesi del mondo. Mi tocca ricordare un po’ della nostra storia per far capire qual è stato il ruolo della Sardegna nella produzione lattiero casearia ovina.
Tutti i formaggi di pecora del bacino mediterraneo sono stati prodotti nelle nostre terre senza esclusione. Formaggi pecorini originari dell’Italia, della Francia, della Grecia e di altri paesi mediterranei hanno fatto la fortuna dei nostri pastori e dei nostri casefici. Il fatto che oggi si sentano le organizzazioni agricole lamentarsi per difendere la tipicità dei prodotti locali è di moda, è giusto che lo si faccia in tutto il resto d’Italia, ma non qui, in Sardegna. Perché la nostra è una situazione completamente diversa da quella delle altre regioni italiane. Infatti siamo la regione del Mediterraneo che produce più latte ovino e oggi anche quella che lo esporta in maggior quantità. Purtroppo se le leggi comunitarie vietano alla Sardegna di produrre formaggi cosidetti tipici di altre regioni, quelle regioni o Stati vengono ad acquistare il latte da noi, mentre prima i loro formaggi tipici venivano prodotti qui in Sardegna.
Credo sia chiaro a tutti come questo modo di fare commercio sia negativo per noi, in quanto il valore aggiunto della trasformazione non rimane nella nostra isola. Inoltre anche gran parte del latte vaccino prodotto in Sardegna viene esitato oltre Tirreno e grosso modo ad una cisterna di latte vaccino importata ne corrispondono 20 esportate, perché in Sardegna non esiste una cultura di trasformazione di latte vaccino nè prodotti tipici vaccini. Nel resto d’Italia difendere i prodotti tipici regionali è premiante perché la nostra penisola è carente di materia prima, latte di tutti i tipi, ma da noi no. Purtroppo non abbiamo prodotti tipici da difendere, il prodotto di punta della nostra produzione si chiama pecorino «romano»... il che è tutto dire. Gli altri due formaggi dop sardi sono il pecorino sardo e il pecorino fiore sardo. Il primo non si vende perché si chiama sardo per sbaglio, infatti si sarebbe dovuto chiamare toscanello, o caciotta, come in origine era chiamato, ma altre regioni non vogliono che si utilizzino quei nomi con i quali era riconosciuto dai consumatori. Il fiore sardo è un formaggio che non si può produrre secondo un disciplinare molto coercitivo come quello vigente, semplicemente perché è il formaggio che era prodotto in tutta la Sardegna e in ogni zona lo si produceva in modo differente. Inoltre la cosa che si è imparata più velocemente per la diffusione e difesa di questi poveri formaggi tipici sardi è stata la costituzione di consorzi di tutela patrocinati, logicamente, da politici che invece di difendere il prodotto pensano solo a far pagare i soci. Non ci sarebbe nulla di strano se non fosse che tutte queste spese poi ricadono sul prodotto e a cascata sul latte dei pastori. Oggi gran parte dei compiti di tutela e difesa dei prodotti tipici sono stati demandati all’organismo di controllo, rendendo spesso superflui i consorzi e quindi inutili le loro gabelle.
Date queste premesse è chiaro che le nostre produzioni di formaggi vanno sostenute in tutti i modi, sia economici che politici. Per ora è necessario un aiuto all’export, anche un euro a chilogrammo. È sufficiente per superare il difficile momento e costerebbe 20 milioni di euro più un’eventuale multa Ue di altri 20 milioni, ma si salverebbe momentaneamente il settore. Altri interventi non sono ipotizzabili, vista la non incisività dei precedenti. La politica dovrebbe decidere se questo settore ha ancora qualche speranza di vita o se deve fare la fine di altri come il vino e l’olio d’oliva che stanno sul mercato, ma con produzioni di circa un decimo di 20 anni fa.
*industriale caseario
il raccontino di Mannoni forse può andare per il sardo profano, non sicuramente per il sardo pastore, hai ragione quando affermi che l'eventuale "aiutino" di un euro servirebbe solo all'industriale e non al pastore produttore, purtroppo l'aiuto bisogna darlo al pastore se si vuole che un'economia così importante per i nostri territori abbia un futuro, forse la soluzione migliore sarebbe quella di far produrre direttamente al pastore un prodotto che sia possibilmente simile in tutta l'isola, con la vendita diretta senza intermediari di sorta. Sono certo che il prezzo del latte in questo momento per la presenza dell'industriale e dei vari intermidiari sia onestamente giusto, se si accorcia la filiera, sicuramente il prezzo del latte tenderà ad aumentare, in poche parole oggi il pastore alleva pecore le munge e produce latte per "campare" come direbbero loro vari "soggetti" che stanno tra lui ed il consumatore.
Servirebbe "lavorare" sui nostri pastori per farli diventare artefici del loro lavoro e del loro futuro..............