Mentre nel momento del trapasso non si nega l'umana pietà a qualsiasi essere vivente in quanto tale (inteso come portatore del groviglio misterioso ed affascinante che è la vita), la conclusione della vicenda umana non può comunque (e non deve soprattutto nel caso di uomini e donne che hanno rivestito ruoli di responsabilità sovra-familiari e, nel caso in esame - Francesco Cossiga, da Sassari - addirittura sugli esseri umani di una nazione intera) cancellare il giudizio sereno ed obiettivo sulla loro vita pubblica.
Non ho mai stimato - da vivo - il Politico e l'uomo pubblico Cossiga;
dirò di più: l'ho sempre ritenuto un "bluff"; un istrione malato di protagonismo, narciso fino al midollo, incoerente, nemmeno troppo scaltro (benchè tendesse a dare l'idea del contrario..) e, oltrettutto anche ruffiano; ruffiano per quel suo modo squallido di ostentare una "sardità" becera, una balentìa di comodo, una serie di richiami a luoghi comuni ed allusioni buone ed utili a solleticare l'orgoglio "attaccato a sputo" (cfr. Marcello Fois - Dura madre), di tanti miei conterranei, nel migliore dei casi beoti ed inconsapevoli.
Sì... se devo riguardare all'indietro tutti gli anni che lo hanno visto protagonista della vicenda politica, umana e civile dell'Italia, in lui vedo solo un men che mediocre interprete della tragicommedia che è stata questa Repubblica a partire dall'avvento al potere in pianta stabile proprio della generazione dei Politici co-evi di Cossiga.
E le mie sono solo impressioni "esterne", al massimo un pò più "interessate" per quanto riguarda la comune radice etno-identitaria che ha accomunato me. Cossiga e tutti i sardi.
Qualcuno, diversamente e purtroppo per lui, è stato toccato più da vicino sia dall'agire politico sia dall'esternare e dal "picconare" (bruttissima espressione ed infelice e sciaugurata stagione tra l'altro..., perchè le sue picconate non hanno demolito un bel nulla, anzi... hanno inaugurato lo stile che il nano di Arcore , i Bossi e Calderoli vari, sino a giungere agli Straquadanii e Capezzoni odierni)
Ed'è per quello che stamattina quando ho letto questa esternazione di Nando Dalla Chiesa, diretta, asciutta e scevra da false ipocrisie, ho trovato già bell'e pronte, una serie di riflessioni che sento di condividere con Dalla Chiesa.
Ecco cosa scrive:
Da il Fatto Quotidiano del 18 Agosto 2010
di Nando Dalla Chiesa
Sarò onesto, Cossiga non mi mancherà
Certo non si porterà nell'aldilà solo i segreti veri di questa Repubblica. Si porterà anche i segreti da lui inventati, le trame inesistenti fatte intravedere, le panzane spacciate per misteri
Sarò onesto: non mi mancherà. Guai se la pietà per la morte offuscasse la memoria e il giudizio che la memoria (viva, ben viva) porta con sé. Non esisterebbe più la storia. E dunque, parlando di Francesco Cossiga, rifiuterò il metodo che gli fu alla fine più congeniale: quello di ricordare i morti diffamandoli, dicendo di loro cose dalle quali non potevano difendersi. Fidando nel fatto che i familiari una cosa sapevano con certezza: che se avessero osato replicargli lui avrebbe inventato altri episodi sconvenienti ancora e poi li avrebbe dileggiati, forte della sua passata carica istituzionale e della compiaciuta docilità con cui la stampa ospitava ogni sua calunnia. Fece così con Moro, con Berlinguer, con il generale dalla Chiesa. Fece così con altri. Era nato d’altronde un autentico genere giornalistico, l’intervista a Cossiga, che consisteva nel mettergli davanti un microfono o un taccuino e ospitare senza fiatare le sue allusioni, le sue bugie.
Da trasformare in rivelazioni storiche, provenienti dal loro unico e inesauribile depositario. Mi atterrò dunque ai fatti che tutti possono pubblicamente controllare. Perché ai tempi fui tra parlamentari che ne chiesero l’impeachement, anzitutto. Perché io il sistema politico di allora, quello che chiamavo il regime della corruzione, lo volevo cambiare per davvero. Ma per renderlo conforme alla Costituzione e a un decente senso delle istituzioni. Perciò mi scandalizzavo nel vedere un capo dello Stato giocare soddisfatto al picconatore, conducendo una massiccia attività di diseducazione civica. Quando poi Cossiga si mise alla testa della lotta contro i giudici, minacciando, lui presidente del Csm, di farlo presidiare militarmente dai carabinieri avvalendosi delle sue prerogative di Capo supremo delle Forze armate, pensai che la misura era colma. Che l’uomo esprimeva una cultura golpista e che era nella posizione istituzionale per tradurla in realtà politica.
Le chiavi di casa e i giudici ragazzini
Perché titolai la storia di Rosario Livatino “Il giudice ragazzino”. Esattamente in polemica con lui, che delegittimava i giovani magistrati che in Sicilia sfidavano la mafia. A questi giudici ragazzini non affiderei neanche le chiavi di una casa di campagna, aveva detto. E Livatino, morto a trentotto anni, aveva compiuto le sue prime coraggiosissime inchieste quando di anni ne aveva ventotto. Avevo imparato dai racconti di mio padre che quando si ha a che fare con la mafia chi ha un grado superiore protegge chi sta sul posto, ci passeggia insieme in piazza perché tutti capiscano. Che non è solo, che ha dietro lo Stato. Lui, capo dei magistrati, aveva invece umiliato sprezzantemente proprio i giudici più esposti negli anni della mattanza. Perchémi astenni, unico nel centrosinistra, sulla fiducia al primo governo D’Alema. Non per oltranzismo ulivista, ma perché non ero certo entrato in parlamento per fare un governo con Cossiga e con ciò che lui rappresentava nella vita del paese e nella mia vita personale. Il testo dell’intervento pronunciato in quell’occasione è agli atti. Allora mi valse richieste di interruzione da sinistra e qualche stretta di mano (tra cui quella di Gianfranco Fini). Perché l’ho spesso citato – ma non quanto avrei voluto – nei libri, negli articoli o negli interventi che avevano per oggetto la vicenda di mio padre.
Veleni attorno a un sacrificio
Perché ho sempre trovato maramaldo quello spargergli veleno intorno dopo il suo sacrificio. Non ho mai capito se fosse il seguito dell’isolamento che il sistema aveva inflitto al prefetto dopo l’ annuncio che sarebbe andato in Sicilia per combattere la mafia per davvero. Ricordo però con certezza che Cossiga iniziò a colpirne l’immagine in vista del maxiprocesso presentandolo con naturalezza come iscritto alla P2. I giudici che avevano indagato a Castiglion Fibocchi, Gherardo Colombo e Giuliano Turone, mi garantirono che loro nella lista quel nome non l’avevano trovato. Lui insisté contro ogni atto giudiziario e parlamentare (della storia ho reso i particolari su “In nome del popolo italiano”, biografia postuma di mio padre, nel 1997). Finché anni dopo ancora raccontò la sua pazzesca verità: per proteggere mio padre Colombo e Turone, giudici felloni, avevano strappato un foglio dall’elenco. Non smise mai di raccontarlo. Così come, per sminuire il lavoro di Giancarlo Caselli e di mio padre contro il terrorismo, sostenne un giorno, poco dopo l’avviso di garanzia per Andreotti a Palermo, che il vero merito del pentimento di Patrizio Peci fosse di un maresciallo delle guardie carcerarie di Cuneo. Costui venne da lì lanciato pubblicamente in orbita giornalistica e televisiva per seminare nuove e inverosimili calunnie su mio padre, alcune delle quali si sono ormai purtroppo depositate negli atti giudiziari (tra i quali rimane però anche, a Palermo, il testo della controaudizione da me richiesta).
Altro verrebbe da dire, dalla memoria di Giorgiana Masi uccisa in quella famigerata manifestazione del ‘77 zeppa di infiltrati in armi, al contrasto avuto con lui in Senato, dai banchi della Margherita, sui fatti della Diaz, che lui, sedicente garantista, avallò senza scrupoli. Come e più che con Giovanni Leone, che non ebbe comunque le sue colpe, avremo probabilmente un mieloso coro di elogi. Poiché l’uomo ha incarnato alla perfezione la qualità media della nostra politica questo è assolutamente naturale.
Certo non si porterà nell’aldilà solo i segreti veri di questa Repubblica. Si porterà anche i segreti da lui inventati, le trame inesistenti fatte intravedere, le panzane spacciate per misteri. Riposi in pace, e che nessuno faccia a lui i torti che lui fece alle vittime della Repubblica.
mi ritrovo pienamente nelle valutazioni fatte da Frinas e da Dalla Chiesa, se ne è andato un uomo che sicuramente non rimpiangeremo, un uomo piccolo piccolo, nato nella piccola borghesia sassarese, figlio di quella sassareseria burlona, festaiola e ziminara, espressione di quelle famiglie vicine alla chiesa sassarese dedite agli accozzi ed al far andare avanti "soggetti" che "pesavano" dal punto di vista politico-intelletuale meno dei vestiti che li contenevano, sono tanti i politici di quel periodo che hanno ricoperto ruoli di importanza regionale e nazionale pur non avendo quella "statura" che normalmente si richiede a tali figure. Probabilmente qualche segreto se lo è portato dietro, ma piccolo piccolo, ha ragione Dalla Chiesa il più delle volte le sue "esternazioni" erano delle vere e proprie "cionfre", tipiche dei sassaresi del vecchio centro storico, che per "vantarsi" inventava di sana pianta le situazioni le più strampalte, il bello è che tutte le sue "picconate" per anni sono state credute ciecamente. Non è stato un grand'uomo e se oggi molti inneggiano al personaggio che fu è segno della pochezza che il mondo politico esprime non solo a livello nazionale ma anche locale (qui il personaggio era di prima scelta!!!!!!!!!!!!!!)
Bonu viazzu..................