Il dramma della Fusione Perfetta

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Tra il 29 novembre ed il 20 dicembre 1847 si compì la cosidetta "fusione perfetta" tra i sudditti piemontesi di Carlo Alberto di Savoia ed i sardi. Una pagina tutt'altro che chiara, anzi, siccome priva di alcun fondamento giuridico, un autentico imbroglio.

La cessione di sovranità fu operata, non già dagli organismi legittimi sardi, ma, sostanzialmente, dal notabilato cagliaritano e sassarese che in questo modo sperava di ottenere la riconoscenza della casa reale e ovviamente lauti affari.

Ufficio Studi Angioy - Storia dell'Autonomia ha scritto:
Il dramma della fusione perfetta – Le voci isolate dell’autonomismo sardo.
Ancora oggi, dopo oltre un secolo e mezzo dalla fine del “Regnum Sardiniae”, gli storici faticano a dire una parola definitiva sulle vere cause che condussero alla fusione dell’isola con gli Stati di Terraferma.
Su un punto tuttavia sono tutti d’accordo. La fusione fu voluta dalla classe dei commercianti sardi e dalla nuova borghesia agraria che vedeva nella fusione la via più sicura per la liberalizzazione dell’esportazione delle merci agricole e contemporaneamente dell’importazione dei manufatti del Continente.
Anche la classe intellettuale, se si esclude qualche voce isolata, appoggiò successivamente il progetto.  L’incoraggiamento nel seguire quella strada veniva sull’onda degli avvenimenti politici che si susseguirono nell’Italia continentale a cavallo degli anni ’40.
Questi consistevano in una serie di caute riforme che i re sabaudi, ma anche il Granduca di Toscana e lo Stato pontificio avevano concesso ai loro sudditi, pur senza mettere in discussione il carattere autoritario dei loro governi. Queste riforme erano culminate con la costituzione della “Lega doganale” (fra Piemonte, Toscana e Stato pontificio) che prevedeva importanti novità nel campo dei dazi doganali.
Il ragionamento delle classi sarde interessate era molto semplice: dato che l’isola godeva di istituti autonomi garantiti dal trattato di Londra poteva succedere che la Sardegna avrebbe potuto non beneficiare delle riforme, o addirittura non essere ammessa alla Lega. Mentre se si fosse riusciti con un marchingegno giuridico a scavalcare l’ostacolo (appunto con la richiesta di fusione), l’isola avrebbe goduto, nell’esportazione dell’olio, del vino e dei cereali, delle nuove tariffe doganali che erano certo più basse di quelle finora applicate dal Piemonte.
La borghesia intellettuale inoltre vedeva anche dei vantaggi nel poter estendere all’isola le nuove riforme liberali che Carlo Alberto nell’ottobre 1847 aveva concesso ai sudditi di Terraferma: una moderata libertà di stampa, di parola e di associazione, l’elettività (anche se parziale) dei consigli municipali e provinciali e la limitazione di poteri ecclesiastici rispetto a quelli civili. Il timore era appunto che la Sardegna, data l’autonomia istituzionale, potesse restare esclusa anche da queste importanti riforme.
Per cui ben presto gli indugi furono rotti e due delegazioni delle municipalità di Sassari e di Alghero e un’altra della municipalità di Cagliari partirono separatamente per Torino. Il fatto che a quest’ultima delegazione, ben più numerosa delle altre due, appartenessero parecchi rappresentanti che oltre ad appartenere alla municipalità di Cagliari, erano anche membri degli Stamenti, portò all’errata convinzione (ancora oggi dura a morire anche presso storici qualificati) che si trattasse di una delegazione ufficiale degli Stamenti per portare appunto al Re le richieste dell’isola per la fusione.
In realtà gli Stamenti (il Parlamento sardo, unico organismo legittimo per decidere una questione di tale importanza storica e cioè la rinuncia all’autonomia dell’isola) non furono convocati per tale decisione, per cui il mandato delle delegazioni sul piano giuridico non aveva alcun valore.
E d’altronde le delegazioni di Sassari e di Alghero non riconoscevano a quella di Cagliari il diritto di parlare per tutta l’isola, per cui si ebbe l’impressione penosa di due azioni distinte nei riguardi del Sovrano.
L’accoglienza del quale, che pure nel passato recente si era prodigato con una serie di riforme ad avvicinare le condizioni dell’isola a quelle di Terraferma in vista di una possibile unifi14 cazione non solo del suo regno, ma di una buon parte dell’Italia, avvenuta il 30 novembre 1947, non fu così calorosa come sembra dimostrare l’iconografia ufficiale, ma anzi un po’ infastidita per il modo e per la fretta con cui le delegazioni sarde erano giunte a Torino, quasi che i tempi per una totale fusione non fossero per il Sovrano ancora del tutto maturi.
Infatti, Carlo Alberto, benché formalmente promettesse di accogliere le richieste dei Sardi (che tra l’altro, come si è detto, non avevano alcun fondamento giuridico), in realtà si limitò a problemi di natura economica, quale la soppressione dei dazi e la liberalizzazione del commercio dell’olio e del vino.
Comunque, il decreto legge della “fusione perfetta” fu firmato il 20 dicembre 1847, il quale prevedeva la soppressione dei secolari istituti d’autonomia del Regnum Sardiniae garantiti dei Trattati internazionali: gli Stamenti, la Reale Udienza, l’Istituto Viceregio, con la ripartizione dell’isola in diverse province dipendenti ciascuna direttamente dal governo di Torino.
Non ci fu neppure la creazione di un organismo amministrativo regionale che coordinasse in qualche modo le province sarde, sul tipo di quello che la Liguria aveva ottenuto al momento della fusione con il Piemonte.
Passata tuttavia l’euforia dei festeggiamenti organizzati per la fusione, tra alcuni degli stessi fautori della fusione si cominciò a meditare soprattutto sulla fretta con cui la fusione stessa era stata portata avanti, senza una trattativa, o una garanzia sui benefici promessi.
Soprattutto alcuni intellettuali, quali il Siotto Pintor, che era stato in prima linea per caldeggiare la fusione, scriveranno successivamente in termini negativi.
Non mancarono tuttavia le “voci isolate” di eminenti personalità della cultura che videro chiaro fin dall’inizio e che scrissero in termini aspri e talora roventi contro la fusione.
Ad esempio, il teologo Federico Fenu in un polemico libretto del 1848 “La Sardegna e la fusione con il Sardo continentale” si scagliò contro il Baudi di Vesme e contro tutti coloro che avevano spinto per la fusione. Dichiarò di essere favorevole al distacco dal Piemonte e all’indipendenza dell’isola. Tuttavia non si deve pensare che il Fenu fosse favorevole ad un chiuso separatismo, tutt’altro. Sotto l’influenza della scuola neoguelfa, pensava anch’egli come Gioberti a una confederazione di stati italiani, su un piede di parità, però a differenza di Gioberti che non si preoccupava dell’assetto interno degli stati da confederare, il Fenu voleva la Sardegna confederata, ma separatamente dal Piemonte. A questo proposito il Fenu si lanciava in una disquisizione di tipo antropologico, sostenendo che sardi e piemontesi non potevano convivere in uno stato unitario, perché li dividevano “…stirpe, costumi, indole, persino più che gli irlandesi dagli inglesi”.
Infine criticava anche il decreto albertino dell’abolizione del feudalesimo che, giusto sul piano dei principi moderni, aveva però apportato all’isola dei mutamenti così rapidi (quali l’introduzione del sistema metrico decimale nelle monete e nelle unità di misura) che aveva sconvolto le già disastrate condizioni dell’economia agropastorale dell’isola.