Francesco Masala

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Francesco Masala

AUTOBIOGRAFIA
Sono nato in un villaggio di contadini e di pastori, fra Goceano e Logudoro, nella Sardegna settentriona- le e, durante la mia infanzia, ho sentito parlare e ho parlato solo in lingua sarda: in prima elementare, il maestro, un uomo severo sempre vestito di nero, ci proibì, a me e ai miei coetanei, di parlare nell’unica lingua che conoscevamo e ci obbligò a parlare in lin- gua italiana, la «lingua della Patria», ci disse. Fu co- sì che, da vivaci e intelligenti che eravamo, diven- tammo, tutti, tonti e tristi. In realtà, la lingua sarda è il linguaggio del grano, dell’erba e della pecora ma è, anche, la lingua dei vinti: nelle scuole, invece, viene imposta la lingua dei vincito- ri, chiamiamola pure il linguaggio del petrolio e del catrame, cioè la lingua della borghesia italiana del Nord, che ha concluso il Risorgimento colonizzando industrialmente il Sud ma convincendoci di aver uni- ficato la Patria. È proprio vero che, in Sardegna, gli unici «italiani» sono gli «intellettuali», che parlano in «italiano» ma mangiano in «sardo». In uno spiazzo, vicino alla scuola elementare, il mae- stro vestito di nero fece piantare un certo numero di alberelli e lo denominò «Parco della Rimembranza». Ogni alberello fu dato in consegna a un balilla-guar- dia d’onore. Io ebbi il mio alberello da guardare, sul mio onore. Un bel giorno, una capra, penetrata nel Parco della Rimembranza, si avvicinò al mio alberello e cominciò a scorticarlo. Io, forse perché ero tonto o perché avevo paura delle capre, non ebbi il coraggio di cacciarla via e la capra si divorò tutto l’alberello. Il maestro, severamente, in piena classe, mi chiamò tra- ditore della patria e mi licenziò da guardia d’onore, con grossi paroloni, tutti naturalmente in lingua italiana. Io, altrettanto naturalmente, non capii i paroloni ma, da quel giorno, mi sentii disonorato. Ovviamente, in me, cominciarono a nascere delle riserve sul concetto di patria. Comunque, la mia carriera scolastica (dalle elemen- tari del mio villaggio contadino fino all’università, a Roma, l’Urbe) mi ha lasciato bilingue: cioè, voglio di- re, è stato l’itinerario di un antico fanciullo agro-pa- storale verso la piccola borghesia cittadina, allora deformata, gonfiata, travestita dalla retorica del fasci- smo. Ero sotto il «balcone» di Palazzo Venezia il 10 giu- gno 1940, il giorno in cui il «duce», con una orazio- ne alla finestra, trascinò l’Italia e la Sardegna nella se- conda guerra mondiale: noi studenti dell’Università di Roma facevamo un casino del diavolo, con grida e ap- plausi, in appoggio all’oratoria epica e colloquiale del Mussolini, soltanto perché c’era la possibilità di riem- pire di «diciotto» il libretto d’esami, senza aprire né libro né bocca. A pensarci bene, però, la guerra mi tolse, per così dire, dagli occhi, le bende di due retoriche ufficiali: da un lato, quella della «eroica piccola patria sarda» e, dall’altro lato, quella della «grande imperiale pa- tria italiana». A scanso di equivoci, prima di andare oltre, anche per evitare, nuovamente, l’accusa di traditore della pa- tria, mette conto di dire che, la guerra, l’ho veramente fatta, sono stato decorato al valor militare, sono stato ferito in combattimento sul fronte russo, cioè, come comunemente si dice, ho versato il sangue per la patria. Ma mi è capitato ciò che già capitò a mio nonno, gam- badilegno, che perdette la gamba destra nella Battaglia di Custoza, durante la Terza Guerra d’Indipendenza: anche la mia intrepida gamba destra si è beccata la sua eroica pallottola, russa, stavolta, là, fra il Dnepr e il Don. Voglio dire, insomma, che io e mio nonno, am- bedue di nazionalità sarda, abbiamo fatto le guerre ita- liote da leali sardi, s’intende, eroi buoni, in tempo di guerra, ma cattivi banditi, in tempo di pace: in guerra, nelle patrie trincee, in pace, nelle patrie galere. In compenso, se compenso c’è, in Russia cominciai la stesura del mio «bellico» romanzo, Quelli dalle lab- bra bianche, scoperto e pubblicato, molti anni dopo, da Giangiacomo Feltrinelli, buonanima, quando, ve- nuto in Sardegna, da bravo milanese, confuse la mia isola con l’isola di Cuba. Al mio ritorno in Sardegna, alla fine della guerra, mi capitò di comprendere che, con la caduta del fa- scismo, in sostanza, poco o nulla era cambiato, nella terra dei nuraghi: capitalismo fascista e capitalismo democratico, stato accentratore fascista e stato accen- tratore democratico erano la stessa musica, anche se i musicisti erano cambiati. Con regio decreto, il 27 maggio 1944, fu nomina- to Alto Commissario della Sardegna uno della nostra regione, Pietro Pinna: sardo, sì, ma generale italiota. Comunque, fu una stagione di grandi democratiche speranze, di grandi democratiche promesse, di grandi democratiche bugie e di grande democratica fame. E se è vero, come è vero, che la Rockefeller Foundation ci liberò dalla zanzara anofele, non è men vero che que- sta liberazione segnò la ricomparsa della sanguisuga, il continentale, il nemico che nuovamente veniva dal mare, non più tenuto lontano dalla paura della mala- ria. I sardi, come al solito, senza sapere che in conti- nente c’era l’inflazione, vendevano ai continentali, al prezzo d’anteguerra, grano, lana, pelli, formaggio. Quando qualcuno se ne accorse, propose di stampi- gliare i Quattro Mori sui biglietti della Banca d’Ita- lia circolanti nell’Isola. Era una forma di separatismo monetario. Forse per questo, appunto, nacque a Sas- sari il Banco di Sardegna. Intanto, sulle colonne dell’«Unione Sarda», Antonio Segni, futuro presidente della Repubblica Italiana, chiedeva reiteramente la ricostituzione delle Compa- gnie Barracellari, il Bargello campestre, soppresse dal fascismo: era seriamente preoccupato per i ladri di gal- line, che si aggiravano nella sua tenuta, Sa Crucca. Era il dolce tempo in cui il giovane esploratore cat- tolico Francesco Cossiga succhiò la prima caramella democristiana, offertagli dal «Cugino», e succhiando succhiando arrivò al Quirinale. Ed era, anche, il tem- po in cui un altro «cugino», il giovane missile comu- nista Enrico Berlinguer, dalle rampe della prigione politica di San Sebastiano, andò ad atterrare in via delle Botteghe Oscure. Ma ci fu anche qualche divertimento. Alle elezioni, un candidato, certo avvocato Marche, oriundo italiota, in un comizio a Sassari, davanti a ventimila persone, per ottenere voti promise un ponte di ferro fra Olbia e Civi- tavecchia. Fece la fine di Sant’Andrea che, legato alla croce, con una orazione, tenne avvinte ventimila perso- ne: ma nessuno lo liberò. Il candidato-oriundo, a Sassa- ri, tenne avvinte ventimila persone: ma nessuno lo votò. Il giorno 8 maggio 1949 fu eletto il primo Consi- glio regionale della Regione Autonoma della Sarde- gna. A me non piace la «storia», i libri di storia in- tendo, perché essi sono, sempre, «storia dei vincitori»: in questo senso la Storia, come dire, è una grande tap- patrice di buchi. Andate a leggervi la Storia dei tren- t’anni di autonomia per la Sardegna, scritta da quattro storici, pubblicata a spese della Regione Autonoma, curata dal Comitato dei Festeggiamenti per il Tren- tennale dell’Autonomia. Gente allegra! Un poeta del mio villaggio mi aveva preavvertito con questo epi- gramma: «Galileo aveva un amico, / come lui scien- ziato, / anche lui, per conto suo, / aveva scoperto / che la terra girava intorno al sole, / ma non disse nulla, / perché aveva moglie e figli». Il fatto è - diceva Emilio Lussu - che l’Autonomia è nata come un cervo maschio, con le corna. Man mano che è diventata adulta, le corna sono cresciute e ramifi- cate. A trent’anni, chiaramente, l’AUTONOMIA è di- ventata una perfetta ETERONOMIA: raffinerie milane- si, basi militari americane, alberghi musulmani. Dopo due lunghe gravidanze, la Regione ha partorito due «Piani di Rinascita»: due «Piani», dico, ma la «Rinascita», co- me la Signora Godot, non si è fatta ancora viva. Alla fine dell’Ottocento, cioè dopo la cosiddetta «unità» delle patrie, la Sardegna, tosata e munta dai formaggiai continentali, veniva chiamata, con una similitudine agro-pastorale, la «pecora d’Italia»: ora, alla fine del Novecento cioè dopo la cosiddetta «au- tonomia» regionale, la Sardegna, violentata e inqui- nata dal Dio Petrolio, la possiamo tranquillamente chiamare, rispettando la similitudine agro-pastorale, una «forma di formaggio marcio». Altra legna viene piantata e importata in Sardegna. In compenso, l’Isola esporta «emigranti» che, a onor del vero, trovano tutti lavoro, fuori casa, qua- lunque lavoro, magari facendo lo scimpanzé in un cir- co equestre, come è capitato a un emigrato del mio villaggio, soprannominato Mammutone, a causa della sua bruttezza e del suo corpo peloso. Esportiamo, pu- re, «sequestratori», anche se non sono più belli, né fe- roci, né prodi, come ai tempi di Sebastiano Satta, co- munque portano l’etichetta «made in Sardinia». E gli intellettuali? Il monolinguismo italiota si è divorato tutto, limba, letteratura, arte, musica, tutta la cultu- ra, insomma, della Nazione Sarda. Il Referendum popo- lare sul bilinguismo giace, morto sotterrato, sotto il cu- lo dei consiglieri regionali. Sembra compito specifico dell’intellettuale sardo, oggi, franare ideologicamente il maggior numero possibile di volte. La frana ideolo- gica - lo diceva Machiavelli - è necessaria per campa- re la vita. Il poeta del villaggio ci ha fatto sopra un al- tro epigramma: «Un tempo ero giovane cane, / senza fune né pane, / ora ho la pancia piena, / son diventa- to un cane da catena». Ciò premesso, ritorniamo al privato, cioè dalla storia alla autobiografia. Qualcuno, infatti, potrebbe chieder- mi: «Ma, tu, non fai altro che parlare del villaggio?» Bene, gli risponderò che Tolstoj, Leone Tolstoj, mi ha detto all’orecchio: «Descrivi il tuo villaggio e divente- rai universale; se cerchi di descrivere Parigi, diventerai provinciale». In questi cinquant’anni di «storia di vinti», di «autonomia tradita», di «nazione mancata», mi è ca- pitata la sorte di poter scoprire che, se volevo fare lo «scrittore» e non il pisciatinteri, il pisciainchiostro, non dovevo fare il «pifferaio dell’universo»: era me- glio fare quello che i francesi chiamano l’avvertisseur del villaggio, una specie di cane da caccia, con la co- da dritta indietro e il muso dritto in avanti, per fiu- tare e scovare la volpe nascosta. Mal me ne incolse: gli insocatores mi hanno preso al laccio e sono diven- tato un mammutone. Mi è di consolazione un ultimo epigramma del poe- ta del mio villaggio: «C’è un momento, / nella storia di ognuno di noi, / in cui se tu dici / che due più due fa quattro, / ti crocefiggono. / L’importante è di non sapere / quanto soffre colui che è messo in croce, / l’im- portante è sapere / se, veramente, sì o no, / due più due fa quattro». L’importante è che la terra continui a girare, nonostan- te il parere contrario del Tribunale dell’Inquisizione.

Francesco Masala

DrpAdmSite
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Iscritto: Mar, 18/10/2005 - 16:16
Sos zigantes de s’antigòriu

FRANCESCO MASALA è stato ricordato anche per la cosidetta Die de sa Sardigna, è buffo constatare cosa pensasse di questa festa.

A tiu Franziscu sa die se sa Sardigna li ch'intraiat in culu! (e a mie puru)

Ma inue sun oe sos zigantes de s’antigòriu?

«Sos bentos de levante/ in sas marinas friscas/ sun garrigande s’oro./ Sas carrelas sun tristas:/ Nugoro no est Nugoro/ ca mancan sos zigantes». Ma chie sun sos zigantes de s’istoria sarda? Ite an fattu sos zigantes de sa costante resistentziale, comente narat su balente amigu Giuanne Lilliu? Comintzamus dae su pius antigu, su sardu-pellita-nuragicu Amsicora, mortu eroicamente gherrende contr’a sos Romanos. Bona zente, Amscisora no est mortu gherrende pro sa patria sarda ma est mortu gherrende pro sa patria cartaginesa. Duncas, Amsicora no est unu eroe sardu ma est unu eroe cartaginesu. Ma sos eroicos casteddajos a issu, pro ammentu, li ana intituladu unu eroicu campu isportivu, stadio Amsicora. E, pustis, cales àteros zigantes in s’istoria nostra? Bè, bona zente, passan àteros mill’annos de tirannia romana e bizantina, chentza eroes e chentza zigantes: unu pòpulu de canes de isterzu e de «mastrucati latrones», comente naraiat Cicerone. Ma, a s’arvèschida de s’annu Milli, in sa terra nostra chentza istoria, naschen àteros battor babbos mannos de sa sempiterna patria sarda: sos battor giuighes de Logudoro, de Gaddura, de Arborea e de Casteddu. E ite faghen sos battor compares sardos? Luego si faghen sa gherra pari-pari, tra issos matessi, e pro malasorte giaman dae fora battor agiutòrios istranzos: Pisanos, Genovesos, Aragonesos e Catalanos. E gai sos battor giuighes sardos diventan eremitanos in sa propia terra. Malefadados! Comente sa bandela de sos battor moros: non biden, non faeddan, no intenden! E de Eleonora, bona zente, ite nde narades de Eleonora de Arborea, sa mama manna de totas sas fèminas sardas? Bè, siguramente no fit sarda. Fit una catalana, de sa famìlia de sos Narbones-Bas. Fit fea, leza, semper in chirca de maridu chi no esserat sardu. E l’agateit, in Genova, unu genovesu feu e malecontzu, de sa famìlia de sos Doria. E sa Carta de Logu? Tota iscrita in limba sarda! Unu codice bellu pro sa limba ma bonu pro istrangugliare su pòveru: chie nd’at nde mandigat e chie no nd’at s’impicat. Podimus impiccare sa Sardigna puru faeddende in limba sarda! E, gai, passamus battor séculos in manos de sos Ispagnolos e nois, sardos, pocos, locos y malunidos, ne eroes ne zigantes, ma teraccos e canes de isterzu de su Rey de Espagna. Cando si ch’avvian sos Ispagnolos, arrivan sos Piemontesos. Unu poeta gadduresu, anonimu, cantat: «Pa noi no v’ha middori/ no impolta cal’ha vintu». Ma sos istoricos de corte sonan sas campanas de sos binchdores e torran a bogare a pizu àteros zigantes. E, gai, Domìnigu Millelire, marineri madaleninu, fit sa prima medaglia de oro de sa patria piemontesa, in gherra contr’a sa Rivolutzione Frantzesa. Vissenti Sulis, lumpenproletariu casteddaju ma eroicu gherreri de sa patria piemontesa contr’a sos rivoluzionarios frantzesos. Giuanne Maria Angioy, bonesu, feudatariu de su Cabu de Susu in gherra contr’a sos feudatario de su Cabu de Sutta, sos uno e sos àteros fin barones sutta sa tirannia piemontesa. Fintzas «Sa Die de sa Sardigna», oe festa nodida de sa Regione eteronoma, est unu contu de foghile, chi sos casteddajos de tando giamaian «Sa dì' de s’Acciappa». Sa festa l’an imbentada tres istoricos pisciatinteris, pro fagher leare calchi votu in pius a sos politicos de oe. Como, inoghe, est giustu a de ammentare a Vittorio Angius, nàschidu propiu in sas dies de s’acciappa, istoricu e poeta, zigante, eroicu cane de isterzu. At iscritu unu «innu sardu». Bellu. Bella sa musica. Bellas sas paràulas in limba sarda: «Cunservet Deus su Re/ salvet su Regnu sardu». Ma su Re, beneitu canonigu Angius, fit savoiardu e su regnu no fit sardu ma italianu. No istat bene, pro unu preìderu, a iscrìere innos de gherra. E cantos soldados sardos sun mortos in sas gherras de sa patria italiana?! (Tres gherras de Risorgimentu, tres gherras coloniales e duas gherras mondiales). Sos mortos de totas custas gherras deo no los apo contados. Apo contadu solu sos mortos in sas trinceas de sa gherra manna, sos de sa Brigata Sassari, sos intrepidos, comente los giameit unu generale sardu mortu, intrepidamente, a noranta annos, in su propiu lettu. Sos mortos in trincea sun ‘istados treighimiza! Emiliu Lussu fit capitanu in sa Brigata Tataresa, babbu mannu, issu puru, eroe de sa patria italiota. Una notte, su capitanu Lussu besseit a ispezionare su trinceramentu de sos sardos. Fit una notte niedda pìdiga. Una sentinella intendet passos e abbòghinat: »Artolà!». E Lussu:« Ufficiale italiano!» E sa sentinella: «ispetzione, artolà! Si ses italianu faedda in sardu!». Custa est s’idea mia: s’unica costante resistentziale sarda, in sos séculos de sa tirannia, est istada sa limba. Calicunu at nadu: «A unu pòpulu tue li podes leare totu, ma si li lassas sa limba custu pòpulu sighit a esìstere. Si, a custu pòpulu, li lassas totu ma li leas sa limba, custu populu morit».

Franziscu Masala

frinas
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Last seen: 5 anni 2 mesi fa
Iscritto: Gio, 20/10/2005 - 16:18
Tiu Cicìtu ha colpito di brutto!!!

Admdortos ha scritto:
AUTOBIOGRAFIA
Sono nato in un villaggio di contadini e di pastori, fra Goceano e Logudoro, nella Sardegna settentrionale e, durante la mia infanzia, ho sentito parlare e ho parlato solo in lingua sarda: in prima elementare, il maestro, un uomo severo sempre vestito di nero, ci proibì, a me e ai miei coetanei, di
parlare nell’unica lingua che conoscevamo e ci obbligò a parlare in lin-
gua italiana, la «lingua della Patria», ci disse. Fu così che, da vivaci e intelligenti che eravamo, diventammo, tutti, tonti e tristi.

admdortos ha scritto:
FRANCESCO MASALA è stato ricordato anche per la cosidetta Die de sa Sardigna, è buffo constatare cosa pensasse di questa festa.
A tiu Franziscu sa die se sa Sardigna li ch'intraiat in culu! (e a mie puru)
Ma inue sun oe sos zigantes de s’antigòriu?
«Sos bentos de levante/ in sas marinas friscas/ sun garrigande s’oro./ Sas carrelas sun tristas:/ Nugoro no est Nugoro/ ca mancan sos zigantes». Ma chie sun sos zigantes de s’istoria sarda? Ite an fattu sos zigantes de sa costante resistentziale, comente narat su balente amigu Giuanne Lilliu? Comintzamus dae su pius antigu, su sardu-pellita-nuragicu Amsicora, mortu eroicamente gherrende contr’a sos Romanos. Bona zente, Amscisora no est mortu gherrende pro sa patria sarda ma est mortu gherrende pro sa patria cartaginesa. Duncas, Amsicora no est unu eroe sardu ma est unu eroe cartaginesu.
Franziscu Masala
Oh S'Admy...!! Mi sembra di aver capito che hai terminato di leggere "Quelli dalle labbra bianche" o sbaglio? E ses andadu in astinenza e ti sei attaccato a cercare tutto quello che si trova in giro su Tiu Cicìtu!
Non immagini quanto son stato contento di vedere stasera i tuoi post sul "bastian contrario" che più amo ed ho amato nella mia vita! Guarda, ti farò avere un DVD dove oltre ad esserci della bella musica sarda (ma Musica mì... non cazzadas po brigas de canes arrajolàdos come quella che avete concluso giorni orsono...) c'è proprio Tiu Cicitu che "racconta" a modo suo la personale visione che aveva della nostra cultura; quelle cose che hai riportato sopra, ascoltate dalla sua bella voce e, soprattutto, accompagnate dal suo gesticolare.... ; roba che ogni volta che lo rivedo mi nd'enit s'artudda!!
Però volevo fare una cosa, adesso: il tuo primo post (Autobiografia) è una riduzione - traduzione di un articolo che Tiu Cicitu aveva concesso all'Unione Sarda; vedi (e vedete cari Conchidortos), quanto è, infinitamente, più bello e vivo scritto nella bella variante Logudorese di Nughedu San Nicolò (che peraltro somiglia molto alla nostra parlata conchidorta); Consiglio vivamente di stamparlo e rileggerlo ogni tanto... quanto mi mancherà l'ironia dolce-amara di Tiu Cicitu...

Quote:

Su tempus de sa pizzinnìa

A sos tempos de sa pizzinnia, in bidda, totus chistionaiamus in limba sarda.
In domos nostras no si faeddaiat atera limba. E deo, in sa limba nadìa, cominzei a connoscher totu sas cosas de su mundu. A sos ses annos, intrei in prima elementare e su mastru de iscola proibeit, a mie e a sos fedales mios, de faeddare in s'unica limba chi connoschiamus: depiamus chistionare in limba italiana, "la lingua della Patria", nos nareit, seriuseriu, su mastru de iscola. Nois no connoschiamus sa limba italiana e, pro cussu, non istaiamus mudos de fronte a su mastru ma, tra nois, sighemus a faeddare in sa limba de mama. Su mastru, cando nos intendiat alleghende in sardu, non daiat ses azzotadas subra sas manos, tres pro donzi manu. E, tando, istaiamus mudos puru tra nois. Gai, totus sos pizzinnos de idda, intraian in iscola abbistos e allirgos e nde bessian tontos e cari-tristos. Pro cussu, come chi so bezzu, s'idea mia est custa: de azzotare subra sas manos a totus sos italianos chi non faeddan sa limba sarda. S'iscola fit in d'una domita bezza e maleconza, acurzu a unu cunzadu totu prenu de ferulas e de iscrareos. Su mastru fit un'omine basciu-basciu, lanzu-lanzu, seriu-seriu, semper bestidu de nieddu ca fit su segretariu de su Fasciu: nois, a paranumene, lu fentomaiamus "Mincitristu". Unu manzanu de abrile, su mastru benzeit a iscola cun d'unu saccu prenu de arvuritos de zinniperu. Nos ponzeit in fila e nos che giuteit a su cunzadu de sas ferulas.
Pro donzi ferula irraighinada, piantemus unu arvuritu de zinniperu. Pustis, subra un'anta de muru, su mastru b'iscrieit, a literas mannas: "PARCO DELLA RIMEMBRANZA". (Pro nois custa paraula "rimembranza" fit unu misteriu eleusinu). A donzunu de nois, su mastru assigneit unu arvuritu de zinniperu e a donzunu de nois ordineit de tennere in contu s'arvuritu sou, die e notte, comente "BALILLA-GUARDA D'ONORE". A mie puru, su mastru assigneit unu arvuritu de tenner in contu, subra s'onore meu. Ma una die, una craba sartiat su muru de su cunzadu de sa "RIMEMBRANZA" e si ponet a iscorzare propriu s'arvuritu meu. Deo, forsis ca fio tontu o forsis ca timio sas crabas, no hapei su coro de che cazzare cussa craba malaita e issa, corribecchina, nde istrazzat totu su zinniperu meu. Sa die pustis, Mincitristu bintrat in iscola, seriu-seriu, s'accurziat a su bancu meu, mi ponet sas manos subra sas palas e mi nde bogat dae su bancu, urulende: "TRADITORE DELLA PATRIA!! SEI LICENZIATO DA BALILLA-GUARDIA D'ONORE!!!". Dae sa die, deo m'intendei disonoradu ma cominzein a mi naschere in conca milli dubios subra sa PATRIA ITALIANA.

---> A conca bascia, torrei a domo, ue bi fit, aisettende a mie, comente a semper, jaju meu, bonanima, Donnu Chirigu 'e Serra, su babbu de mama mia.
Jaju meu fit un'omine meda ezzu e meda sabiu e a issu deo contaio totu sas cosas chi suzzedian in iscola. E issu, rie-rie, mi narat: «No timas, su mastru tou est omine de zittade e, duncas, sas cosas de sas biddas no las comprendet, mischinu, faeddat in italianu ma mandigat in sardu.
Asculta a mie: in sa limba de bidda nostra bi sun totu sas limbas de su mundu, ca s'istoria de sa idda est s'istoria de totu su mundu. (Cumpresu bona zente? Mac Luhan no fit ancora naschidu ma jaju Chirigu 'e Serra ischiat,; pro contu sou, chi su mundu est'una bidda. Ischiat chi sa limba est su mundu. Ischiat chi s'istoria de sa limba est s'istoria de su mundu, ca su tempus passadu est su coro de su tempus benidore). Jaju meu est mortu chi haiat norantabattor annos e, gai, nd'hat hàpidu de tempus pro mi narres istorias, contos e faulas. In antigoriu, a sos tempos de sos nuraghes, sos Sardos faeddaian sa "limba de Adamu" e sas paraulas fin sos sinnos de sas cosas: e no comente como chi sas paraulas benin prima de sas cosas, imbentadas dae sos poetas, dae sos filosofos e dae sos iscenziados. Jaju haiat iscobertu, in sa limba sarda de oe, pius de milli paraulas nuraghesas, arrivadas finzas a nois, impari cun sos nuraghes, sas perdas fittas, sas domos de janas, sos santitos de brunzu, sas launeddas, su boborobò, s'andimmironnai, su ballu tundu, sos mammutones, sos insocadores, sos merdules e sos zurpos.
Sos numenes nuraghesos - naraiat jaju - si connoschen, oe puru, cha han sa matessi vocale ripetida varias bias in sa matessi paraula: Orgosolo - Mogoro -Ittiri - Isili - Arzana - Ardara - Atzara - Pattada -Seneghe -Talana - Semestene - Zippiri - Tappara e ateras paraulas gai. Bae e chirca ite cheren narrere custos nùmenes! Donzi numene fit "sinnu" de unu logu, de unu animale, de una pianta, de unu fiore. Custa fit sa LIMBA DE ADAMU, faeddada dae totus sos nuraghesos, in totu sas parte de Sardigna, cando sos sardos si cumprendian, totus, unu cun s'ateru. A pustis, finidos sos tempos liberos de sos Nuraghes, cominzat a benner dae su mare ateras zentes, chi faeddan ateras limbas, una fattu e s'attera, in saecula saeculorum: Fenicios -Cartaginesos - Romanos - Vandalos - Bizantinos - Arabos - Pisanos - Genovesos -Aragonesos - Catalanos - Ispagnolos -Piemontesos e, dulcis in fundo, Italianos. E, gai, sa limba nuragica, a pagu a pagu, diventat unu mazzamurru, unu minestrone de limbas, e suzzedit comente in sa Turre de Babele: sos Sardos no si cumprendent pari-pari.

---> Pro primos arrivein sos Fenicios, dae sas lontanas terra de s'Asia Minore, marineris balentes,s in chirca de linna pro sas naes issoro: fin comente puzones in passéra, benian, segaian sas arvures mannas, las garriaian in sas naes e si che torraian a làcanas issoro. Fattu-fattu, arrivein dae s'Africa sos Cartaginesos. Fit zente de sa metessi razza de sos Fenicios ma, comente sas perdighes chi faghen su nidu in terra nostra, ponzein medas biddas in s'oru de su mare: Karel-NoraChia-Bitia-Solki-TarrosCornus-Othoca-Bosa-Olbia-Lybissonis. Ma su padronu malu est comente s'annada mala: si che leat totu issu. E, gai, fatein sos Cartaginesos, finzas s'abba si che furaian. Est dae tando chi sos Sardos-Pellitas - comente hat iscritu Giuanne Lilliu - cominzan sa "costante resistenziale", in sos montes de su Gennargentu. S'istoria de Amsicora e de Josto est una fàula manna - naraiat jaju meu - ca cussos duos oristanesos, babbu e fizu, fin duos "canes de isterzu", mortos indebadas gherrende, pro contu de sos Cartaginesos, contr'a sos Romanos. Sa patria nuragica no b'intrat a nudda. A pustis de sas gherras punicas, nois Sardos, imparemus, sutta sos Romanos, chi su teraccu depet faeddare sa limba de su padronu. Sa legiones romanas in Sardigna - narat Tacitu, s'istoricu latinu -"desertum fecerunt et pacificationem appellaverunt", comente a narrer chi sos sordados romanos faghian totu a desertu e lu giamaian paghe, sa "pax romana". Sos pagos sardos chi restan bios, lassan sa limba issoro e faeddan sa limba de Cicerone, s'avvocadu ladrone, chi giamaiat sos Sardos "mastrucati latrones": su boe narat corrudu a s'àinu. Finzas sutta sos Romanos;, peroe, in Sardigna, ch'haiat canes de isterzu, su cale - naraiat Oraziu - fit diffizile e lu fagher cantare ma fit piùs diffizile a lu fagher zessare de cantare. S'imperu de Roma, in Sardigna, dureit chimbe seculos e, pro cussu, propriu pro cussu, sa limba sarda est meda simizante a sa limba latina ("simia latinorum", iscimmia de su latinu, s'infameit Dante in su De Vulgari Eloquentia): de su restu, sa matessi cosa est sa limba italiana, sorrastra de sa limba sarda, ambasduas fizas de sa matessi mama ma de diversos babbos.

Francesco Masala

liberos, rispettados, uguales

(P. Mereu)

DrpAdmSite
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Iscritto: Mar, 18/10/2005 - 16:16
Francesco Masala

Si ho letto qualcosa :wink:

Ciò che più mi è piaciuto è la sua vena ironica, la trovo molto familiare :wink: tralaltro molto vicina al mio modo di pensare; leggere Masala per me non è stata una sorpresa, sembra quasi un vecchio amico conosciuto da sempre!

«E sa Carta de Logu? Tota iscrita in limba sarda! Unu codice bellu pro sa limba ma bonu pro istrangugliare su pòveru: chie nd’at nde mandigat e chie no nd’at s’impicat. Podimus impiccare sa Sardigna puru faeddende in limba sarda! »

dari
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Francesco Masala

Adm, hai letto il "Il parroco di Arasolè?
dari

DrpAdmSite
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Last seen: 2 mesi 5 giorni fa
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Francesco Masala

Yes, letto il parroco e anche labbra bianche, i romanzetti non mi hanno sorpreso un granchè, sarà che a grandi linee li conoscevo.
Mi è piaciuto molto di più conoscere l'uomo, la sua idea sulla sardità, sulla limba e poi sopratutto il suo eloquio e la sua vena ironica strepitosa.

frinas
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Last seen: 5 anni 2 mesi fa
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si l'intendet Tiu Cicìtu...!

admdortos ha scritto:
Yes, letto il parroco e anche labbra bianche, i romanzetti non mi hanno sorpreso un granchè

dariè... intesu l'as su Mere tou e meu? Segundu me est "zirande pagina"...; boh boh! "Romanzetti" dariè!! at iscrittu propiu gai...;
chissai chi non siat nudda... (deo non tenzo "azza" a li narrer nudda; proa tue chi ses prus "isfazzàda...");
eh, pisèddos mios, cosa goi....

liberos, rispettados, uguales

(P. Mereu)

frinas
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Last seen: 5 anni 2 mesi fa
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dariè... leggiti questa...

dari ha scritto:
Adm, hai letto il "Il parroco di Arasolè?
dari

SA PROMISSA ISPOSA

Sette ranos de trigu intro su lettu,
sette cabos de filu in su telarzu,
sette paia ‘e lentolos de isposa,
a donzi puntu, sette
pensamentos de amore,
ma su fiore ‘e proìnca
s’est allizadu in mesu
a sos biancos lentolos de isposa.

In disterru, marcadu da e un’istella
de fogu nieddu,
s’isposu meu ch’est mortu in Marcinelle.
Nd’est falada sa domo
nd’est falada sa luna
sò sa promissa isposa
de sa malafortuna.

Nottesta, a sa ventana,
b’est un’animamala
che una canna a su entu,
e a longu a longu giàmat dae addàne:
ohi, malefadadu
isposu, ses partidu
poveru e ses torradu
nè poveru nè riccu
a domo de sa morte.

A fagher su corruttu,
frade meu est bennìdu dae s’Olanda,
cun d’una muzere brunda:
ite ispantu, in bidda,
una muzere brunda!
Sos mios biancos lentolos de isposa,
gai, los hamus postos in su lettu
da su muzere ‘e Olanda.

Francesco Masala (Nughedu San Nicolò)

senti l'attacco...; quel "sette cabos, sette ranos ..sette paia 'e lentolos..sette..."; e poi, " nd'est falada sa domo, nd'est falada sa luna... so sa promissa isposa de sa mala fortuna..."
non ti sembra che questa poesia potrebbe essere una struggente "ballata" se sapientemente messa in musica?
che poi la musica c'è già...;
una oghe, solu una oghe e un pianoforte ci vorrebbe;
al limite una chitarra acustica e delle delicate percussioni...; tumbarìnos poberos però... suoni "semplici" insomma; di nobile, aggiungerei qualche giro leggero di flauto traverso. Ma io non sono un musicista, tieni conto.
pared iscritta da Fabrizio de Andrè...

tocca telefonarglielo a Piero Marras...

un abbraccio dariè.

liberos, rispettados, uguales

(P. Mereu)

dari
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Iscritto: Lun, 26/02/2007 - 17:00
Re: si l'intendet Tiu Cicìtu...!

frinas ha scritto:
admdortos ha scritto:
Yes, letto il parroco e anche labbra bianche, i romanzetti non mi hanno sorpreso un granchè

dariè... intesu l'as su Mere tou e meu? Segundu me est "zirande pagina"...; boh boh! "Romanzetti" dariè!! at iscrittu propiu gai...;
chissai chi non siat nudda... (deo non tenzo "azza" a li narrer nudda; proa tue chi ses prus "isfazzàda...");
eh, pisèddos mios, cosa goi....

....e ite li cheres faghere? cando bada pidreros in mesu no est piùs issu....ch'essidi pala pala e costa costa, che berbeghe addinosa,che pudda troddulana, che airone imbriagu isfenicotterande a manca e a destra.... Bisonza de istare attentos a su chi li faghimos lezzere ca est capace puru chi no lu jogamos.... Deo po su chi at nadu lu tia puru tentare cando torrada a domo po li dare unu anzu ... ma ite cheres... pedde e femmina.... fri, proabi tue chi ses a tipu nuraghe.....
:wink:
Dari

dari
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Iscritto: Lun, 26/02/2007 - 17:00
Re: dariè... leggiti questa...

frinas ha scritto:
dari ha scritto:
Adm, hai letto il "Il parroco di Arasolè?
dari

SA PROMISSA ISPOSA

Sette ranos de trigu intro su lettu,
sette cabos de filu in su telarzu,
sette paia ‘e lentolos de isposa,
a donzi puntu, sette
pensamentos de amore,
ma su fiore ‘e proìnca
s’est allizadu in mesu
a sos biancos lentolos de isposa.

In disterru, marcadu da e un’istella
de fogu nieddu,
s’isposu meu ch’est mortu in Marcinelle.
Nd’est falada sa domo
nd’est falada sa luna
sò sa promissa isposa
de sa malafortuna.

Nottesta, a sa ventana,
b’est un’animamala
che una canna a su entu,
e a longu a longu giàmat dae addàne:
ohi, malefadadu
isposu, ses partidu
poveru e ses torradu
nè poveru nè riccu
a domo de sa morte.

A fagher su corruttu,
frade meu est bennìdu dae s’Olanda,
cun d’una muzere brunda:
ite ispantu, in bidda,
una muzere brunda!
Sos mios biancos lentolos de isposa,
gai, los hamus postos in su lettu
da su muzere ‘e Olanda.

Francesco Masala (Nughedu San Nicolò)

senti l'attacco...; quel "sette cabos, sette ranos ..sette paia 'e lentolos..sette..."; e poi, " nd'est falada sa domo, nd'est falada sa luna... so sa promissa isposa de sa mala fortuna..."
non ti sembra che questa poesia potrebbe essere una struggente "ballata" se sapientemente messa in musica?
che poi la musica c'è già...;
una oghe, solu una oghe e un pianoforte ci vorrebbe;
al limite una chitarra acustica e delle delicate percussioni...; tumbarìnos poberos però... suoni "semplici" insomma; di nobile, aggiungerei qualche giro leggero di flauto traverso. Ma io non sono un musicista, tieni conto.
pared iscritta da Fabrizio de Andrè...

tocca telefonarglielo a Piero Marras...

un abbraccio dariè.

...eh, Fri...ja l'ischis chi so cori modde...bella abberu...... :cry:

dari

DrpAdmSite
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Iscritto: Mar, 18/10/2005 - 16:16
Re: si l'intendet Tiu Cicìtu...!

dari ha scritto:
frinas ha scritto:
admdortos ha scritto:
Yes, letto il parroco e anche labbra bianche, i romanzetti non mi hanno sorpreso un granchè

dariè... intesu l'as su Mere tou e meu? Segundu me est "zirande pagina"...; boh boh! "Romanzetti" dariè!! at iscrittu propiu gai...;
chissai chi non siat nudda... (deo non tenzo "azza" a li narrer nudda; proa tue chi ses prus "isfazzàda...");
eh, pisèddos mios, cosa goi....

....e ite li cheres faghere? cando bada pidreros in mesu no est piùs issu....ch'essidi pala pala e costa costa, che berbeghe addinosa,che pudda troddulana, che airone imbriagu isfenicotterande a manca e a destra.... Bisonza de istare attentos a su chi li faghimos lezzere ca est capace puru chi no lu jogamos.... Deo po su chi at nadu lu tia puru tentare cando torrada a domo po li dare unu anzu ... ma ite cheres... pedde e femmina.... fri, proabi tue chi ses a tipu nuraghe.....
:wink:
Dari

Ohi-ohi Frinas cun Dari arrazz'e copula, s'iscuru a chie si los pizzigada, ca lu faghen a bisera.
Romanzeddos ca sun curzos, limbi malos & isfidiados cun nd'un anzoneddu che a mie ja la faghides sa proa :cry:

dari
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Iscritto: Lun, 26/02/2007 - 17:00
Re: si l'intendet Tiu Cicìtu...!

Quote:
Ohi-ohi Frinas cun Dari arrazz'e copula, s'iscuru a chie si los pizzigada, ca lu faghen a bisera.
Romanzeddos ca sun curzos, limbi malos & isfidiados cun nd'un anzoneddu che a mie ja la faghides sa proa :cry:

sa limba in natura no este unu difettu!!!! :wink: :wink: :wink: :wink:

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