Un signor Capostazione

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Un vago ricordo d'infanzia, lo imposto adesso perchè allora mi sembrava fuori luogo, rileggendolo, forse non lo è.

Ve lo ricordate signor Meloni?
Quello si che era un signor capostazione; era un ometto piccolo e magro un po’ ricurvo, sempre con la divisa da ferroviere quando era in servizio; quando andavo da Lui, prima di bussare sbirciavo da uno di quei vetrini di quella vetrata all’inglese, Lui era sempre li seduto dietro quella scrivania che a me sembrava enorme, chinato a scrivere anche quando non c’erano treni in arrivo, non so che cosa scrivesse in quei registroni, adesso si direbbe in formato A3, con la copertina celeste. Io bussavo, Lui guardava da sopra gli occhiali calati sul naso… “ah sei tu entra entra” aveva una voce flebile che quasi non sentivo. A dire il vero non ero certo che mi riconoscesse; giravo la maniglia in ottone spingevo per aprire la porta giusto quanto bastava per entrare …”buon giorno signor Meloni le sigarette…. me le ha date babbo”, cinque sigarette nazionali senza filtro, ogni tanto mio padre mi chiedeva di portargliele, erano molto amici con mio padre, si facevano delle lunghe chiacchierate, almeno a me sembravano interminabili.
Mi faceva accomodare in una sedia altissima col rivestimento in pelle e mi offriva dei dolci, un amaretto o un biscotto o un petit four guarnito con la mandorla, dipendeva dal periodo, li faceva la sorella, non ricordo come si chiamava, a dire il vero forse non l’ho mai saputo, anche lei piccoletta, il viso segnato da una miriade di rughe, scavato dalla magrezza, avevano qualche anno di differenza, per me avevano la stessa età da quanto li vedevo simili.
Seduto mentre mangiavo il mio dolcetto mi guardavo intorno, quell’ufficio mi affascinava; sulla scrivania al centro del lato lungo, dalla parte della sedia, un sottomano in pelle con tutti gli accessori per la scrittura: una base con due calamai, uno d’inchiostro rosso e uno d’inchiostro blu e a fianco due portapenne con i pennini sempre perfetti, era un mago con la penna, io per fare le aste arrivavo a spuntarne anche tre, però a casa con pazienza qualcuno lo recuperavo, senza contare le macchie erano il mio tormento , Lui nulla, lo testimoniava anche il dondolo della carta assorbente leggermente segnata dalla scrittura e senza neanche un segno tondo, quello che lascia la macchia appunto.
Spostata un po’ sulla destra troneggiava una lampada a stelo con un portalampada in vetro colorato lavorato a sbalzo, quando aveva la necessità di accenderla, emanava una luce flebile secondo me assolutamente insufficiente per scrivere; più a destra una macchina da scrivere color nero lucido, era abbastanza veloce a scrivere con le due mani chiuse a pugno e le due dita indice distese sempre pronte a battere il tasto; ogni tanto, ma non spesso, i martelletti della macchina s’intrecciavano e bloccavano la scrittura allora interveniva a liberarli e riprendeva, non senza aver farfugliato qualcosa a bassa voce, anche perché questi piccoli incidenti rompevano il ritmo ed era impegnativo riprenderlo successivamente; qualche volta sbagliava la lettera battuta, allora mandava avanti il foglio e con una gomma tonda sottile con un buco al centro cancellava l’errore appena fatto, la gomma era legata con uno spago ad un anello della macchina in modo che fosse sempre a portata di mano; certo Lui era molto bravo, la cancellatura quasi non si notava, io invece ogni volta che dovevo correggere sul quaderno di scuola, ammesso che riuscissi a trovare la gomma, perché proprio nel bisogno spariva ed ero costretto di nascosto a chiederla al mio compagno, altrimenti era una romanzina sicura, se tutto andava bene stropicciavo tutto il foglio, altrimenti con molta calma, sempre di nascosto, bagnavo leggermente con la lingua la punta di quella gommaccia e piano con piccoli movimenti cancellavo l’errore, a volte però premevo un po di più e si formava un buco tondo nel foglio, un disastro, e anche quando non bucavo il foglio, dopo riscriverci sopra voleva dire peggiorare la situazione, l’inchiostro si espandeva a raggera e così aveva buon gioco la mia maestra mi scopriva subito e li arrivava il segno rosso della sua mattittona rosso-blu, era impossibile sfuggire; sono sicuro che se la mia maestra avesse visto la correzione di signor Meloni, senz’altro si sarebbe accorta e anche se era capostazione signor Meloni non avrebbe avuto scampo, un bel segno rosso non glielo avrebbe tolto nessuno.
Oltre alla scrivania c’era una cassaforte enorme, per aprirla ogni volta accompagnava lo sforzo con una smorfia; dopo che partiva il treno vi riponeva dentro l’incasso e alla fine della giornata anche i biglietti e i registri, dopo richiudeva con movimenti lenti ma decisi; non tutti potevano assistere all’apertura e alla chiusura della cassaforte, era un privilegio riservato a pochi e io andavo orgoglioso di ciò.
A fianco alla scrivania sopra un tavolino vi era il telegrafo in ottone lucidissimo, all’arrivo del treno usciva sul marciapiede e aspettava che si fermasse scambiava alcune parole con il capotreno ed il macchinista dopo rientrava si sedeva davanti al telegrafo e in un attimo con mano sicura mandava quei messaggi strani con quel ticchettio che non riuscivo a decifrare ne a capire come potesse essere decifrato una volta arrivato alla stazione successiva; successivamente dopo che aveva dato paletta verde al treno, riprendeva a trasmettere immagino per avvisare che il treno era appena partito.
In fondo alla stanza c’era un buco quadrato nel muro con uno sportellino che si apriva dall’interno e una mensola sotto che fungeva da ripiano, li si affacciavano i viaggiatori per richiedere il biglietto di viaggio; a fianco cera un mobiletto con tanti scomparti uguali appoggiato ad un tavolino, li erano sistemati i biglietti, bene in ordine per colonne di diverso colore, grigio,rosa e bianco, e altri che non ricordo, c’erano tutti i biglietti delle varie destinazioni, in alto verso Nuoro in basso verso Macomer, in ognuno vi era stampigliata la destinazione il tipo di biglietto, intero, ridotto etc.; Lui prendeva il biglietto richiesto e con un colpo secco le metteva il timbro con la data e lo stemma delle ferrovie, dopo con una pinza le praticava un buco a forma di stellina e lo consegnava il biglietto dopo aver incassato il prezzo.
Una volta fatti tutti i biglietti, si rimetteva il suo berretto d’ordinanza, prendeva la paletta rossa e verde, il fischietto in metallo lucido e usciva nel marciapiede dove c’era il treno ad attenderlo, poche parole con il capotreno per confrontare gli orari, paletta rossa al macchinista, fischio del capotreno, paletta verde e fischio di signor Meloni e via verso la stazione di Bortigali o Lei.

Betile - Silanus 15 de Lampadas de su 2007